Quanto zucchero faccia bene ai rapporti?

Una prima reazione a caldo dopo la diffusione dell’appello:

“chiamateci quando avrete finito la vostra pausa di riflessione..”

“Caro, ho letto il tuo post sul mio profilo e non capisco perché tu l’abbia condiviso con me e cosa dovrei aspettarmi da questo. ..Ci ho messo un po’ a rispondere perché non credo di dover giustificare o dare spiegazioni di quello che faccio o se sto facendo qualcosa riguardo alla Siria!”

“Capisco il disaggio cara, invece credo che si tratti di un malinteso. Ho condiviso sulla bacheca di persone che ritenevo affine – in via eccezionale per altro visto che non lo faccio quasi mai – un appello nazionale che sta riscontrando un discreto successo (oltre 700 visualizzazioni nell’arco delle prime 24 ore), proprio perché siamo in contatto con tante realtà differenti su fb. Se il testo la gente lo sta leggendo è anche perché persone come te hanno autorizzato la sua apparizione sulla proprio bacheca.

Se avessi avuto l’intenzione invece di fare un commento personale a te o altri – però non è il mio stile come ben sai – non lo avrei fatto in questo modo. Non avrebbe senso, mi sarei rivolto a persone individualmente, non pensi?

In ogni caso, qualunque condivisione – dal momento in cui la persona “interpellata” non è intenzionata a partecipare – può essere rimossa. Se non erro questo è una funzionalità di fb. Se non fosse così e volessi comunque fare scomparire questo avviso, non avrei nessun problema a rimuovere la condivisione a monte.

Ti ho visto come una persona vicina nella diffusione di questo appello per questo mi sono permesso, così come con A. e M.

Questo appello ha un elemento inconsueto e lo riconosco.

E’ proprio ciò che può aver fatto scattare la tua reazione indignata, quando hai pensato che si trattasse di un atto accusatorio nei tuoi confronti.

Il testo cerca invece di rompere un tabù: si è in diritto di denunciare la passività della comunità italiana pro-rivoluzione siriana attaccata ai social-media? Senza voler entrare qua nell’analisi della trappola che rappresenta il protagonismo soltanto sui social-media e lontano dalla vita reale tra la gente, l’intenzione dell’appello è di smascherare un meccanismo perverso che si è istallato tra alcuni sostenitori dell’autodeterminazione del popolo siriano sui social-media italiani;

ed è il seguente:

1. abbiamo denunciato tanto su i social-media dal 2011,

2. non è cambiato nulla, non siamo riusciti nemmeno ad arricchire in modo sostanzioso il dibattito nella società,

3. non si può fare niente; in generale s’intende ciò poi: “l’Italia fa schifo e farà sempre schifo”.

Ora, chiunque ha un po’ più di esperienza della vita e di conoscenza di come gira il mondo – proprio in funzione della partecipazione attiva o meno della gente nel destino delle proprie comunità, e non solo nel virtuale – si sentirebbe interpellato da questo disfattismo puerile.

Dal momento in cui l’ipotesi di partenza – cioè quella di un protagonismo esclusivo tramite i social-media – è autolesionista, perché non denunciarlo? Dando così la possibilità infatti a chi si è buttato in un vicolo cieco di vedere una nuova luce in fondo al tunnel.

Questo è il vero intento credo dell’appello nazionale: quello di tranquillizzare le persone che in tema di solidarietà attiva con la popolazione siriana si può fare una marea di cose – senza spendere una lira poi!! Cosa questa molto importante sulla penisola italica..

Se il cuore di questo messaggio è arrivato a chi ha letto l’appello – forse proprio perché è rimasto interpellato dalla prima frase che può indispettire, senza diventare comunque davvero accusatorio (visto sopratutto l’analisi generale e l’integrità del gruppo che l’ha formulato) – allora è stato utile.

non credi?”

Perché regalare il prezioso patrimonio della Sinistra europea a lavati di cervello stalinisti?

commento ad un articolo recente apparso sul sito “Le voci della Libertà”

“Gentile redazione di Le voci della Libertà,

Ho letto con attenzione il presente articolo perché mi è saltato agli occhi: sono di sinistra, cittadino europeo e combatto contro Asad (se bene senza armi letali). Mi sono chiesto perciò se sono io che non combacio, oppure se il titolo era magari fuorviante.

Ora mi risulta eccessiva innanzitutto mettere Jeremy Corbin sullo stesso piano di Mélanchon – che è un leader populista interessato soltanto al potere e vuole ereditare quello che un tempo fu il potere politico (decadente) del PCF.

Jeremy Corbin ha un’altra estrazione però e vorrebbe promuovere una soluzione negoziata alla “crisi siriana”, sul modello di quello che sostiene – o sosteneva – l’ONU: come si propone di fare per la “questione palestinese” d’altronde. Non mi risulta perciò che egli abbia appoggiato la strategia di bombardamenti in Siria da parte della Russi come l’abbia fatto Mélanchon (o altri).

Quello che mi viene però da chiedere è qual è l’intento preciso dell’autore, come può esserlo anche quello di Yassin Salah al-Hajj in un testo recente, di mettere tutta la sinistra “europea” sullo stesso piano? Perché non riconoscere che a l’interno della sinistra, sopratutto quella radicale, ci sono stati dibattiti molto accesi sulla questione siriana – basti pensare ai confronti pubblici organizzati a Londra in occasione delle Conferenze “Marxism”. Magari si potrebbe parlare di maggioranza ignorante e minoranza illuminate – anche se non sono i numeri che contano bensì la solidità della prospettiva innovativa che si difende (le correnti storiche – anche di destra – sono nate da poche menti inizialmente).

In effetti, viene quasi da ridere a tutto questo amalgamo, quando si sa che è la stessa “sinistra europea” – magari non quella stalinista, d’accordo – che abbia cercato di non ridurre, dal lontano 11 settembre 2001, tutti i musulmani o gli arabi a un fascio di integralisti religiosi..!

Quale alleanza stanno cercando di costituire questi autori mettendo tutti coloro che lottano contro lo sfruttamento e l’alienazione sullo stesso piano? Conoscono elementi della storia della sinistra europea, è evidente, però il loro giudizio unilaterale non fa onore alla loro intelligenza.

Non posso immaginare che credano che governi di destra o di centro (destra o sinistra) siano interessati a difendere le istanze di una popolazione – come quella siriana – che lotta con tenacia da anni per la propria autodeterminazione. Basti pensare a quello che i governi occidentali (sicuramente non di sinistra) hanno fatto dal marzo 2011!. Vi ricordate come e quando hanno introdotto le sanzioni contro il regime genocida di Asad?

Non avrebbe perciò maggiore senso da parte di questi esponenti dell’Intellighenzia siriana costruire alleanze serie con quelli elementi della sinistra europea (anche minoritari per ora) che lottano sia contro Asad che contro la globalizzazione neoliberista che sta rovinando il pianeta? Invece di fare una operazione di marketing contro “la Sinistra europea” o la “Sinistra radicale” che rischia soltanto di portare a una maggiore apatia sociale e un maggiore vittimismo (quello mai stato un motore della Storia) – con le destre che ringraziano.

Spesso viene detto agli occidentali di essere prudenti quando parlano – o scrivono – del mondo orientale, perché rischiano di adottare un approccio orientalista. Bene, facciamo però la stessa premessa quando si parla della sinistra di classe, o la sinistra radicale in Europa: non fare gli “occidentalisti”!

Saluti sinceri,

Johannes ST Waardenburg

———– dopo 24 ore:

Sviluppo: in merito al testo, di cui qua sotto, apparso su “le voci della Libertà”:

“In assenza di una qualunque forma di risposta o considerazione, prendo atto del reale intento di confondere le anime in materia di “sinistra europea”. Quello che pensavo potesse essere una approssimazione dovuta al (difficile) lavoro di traduzione, si rivela davvero per un tentativo di delegittimazione della storia di popolo che ha garantito invece giganteschi balzi in avanti della società europea tutta – basti pensare al servizio sanitario. Le traduzioni che la redazione di “Le Voci della Libertà” adopera sono di sua esclusiva competenza. Non spetta a nessuno intimarle quali testi, da tradurre, scegliere – il rispetto delle autonomie nella militanza essendo un altro elemento fondante della storia della nostra sinistra. Ben a sapere però che non s’intende sostenere in nessun modo gli amalgami “occidentalisti” denunciati prima. E ci si ritiene il diritto di contrastare in modo deciso eventuali tentativi rinnovati d’infangare la storia delle Lotte delle popolazioni europee, qualora venissero di nuovo delegittimate da autori che strisciano l’occhio invece alle istituzioni (neo-liberali e anti-democratiche).” JW

testo incriminato: https://levocidellaliberta.com/2018/07/25/la-sinistra-europea-ha-archiviato-il-fascismo/

Il sionismo e la sua vera natura

La definizione per legge dello Stato d’Israele come “lo Stato-nazione del popolo ebraico” è una buffonata, nonché un atto criminale di immensa portata.

Il fatto che sia stato votato da soltanto 62 parlamentari su un totale di 120 – la componente “nazione araba” essendo di soltanto 12 parlamentari – fa capire quanti ebrei non si riconoscono in questo decreto unilaterale.

Senza voler tornare qua sulla sofferenza immensa che la concretizzazione del progetto sionista nel 1948 ha significato in Palestina storica (popolazione, comunità, territorio), nonché il trauma che è così iniziato per tutta la regione – che da quel momento è piombato in uno Stato di guerra quasi perenne, occorre sottolineare purtroppo come alcuni giornalisti nostrani – o presunti tali – abbiano fino al giorno di ieri sostenuto gratuitamente la propaganda della destra israeliana denominando Israele (prima del 19 luglio 2018) come lo “Stato ebraico”.

Questa importante precisazione andava fatta.

Dopo di ché, da ieri l’attenzione è giustamente stata focalizzata sull’ingiustizia commessa – ripetutamente – nei confronti della popolazione (non-ebraica) autoctona della Palestina, che dopo l’adozione di questa “legge” si vede ulteriormente strappato dai propri diritti di essere umani. Definire perciò Israele oggi come uno Stato d’Apartheid va da sé – l’ha detto la maggioranza dei parlamentari della Knesset!

C’è un altro aspetto tuttavia che il collettivo dell’Orientale vorrebbe portare all’attenzione del pubblico nazionale:

non ha nessun senso – dal punto di vista teologico – definire un territorio conquistato con armi (acquistati anche da non-ebrei) negli ultimi 70 anni, come una entità nazionale per una comunità religiosa ormai molto diversificata, com’è quella ebraica.

La decisione del parlamento israeliano di ieri rappresenta inoltre la rottura definitiva tra il sionismo e la tradizione religiosa ebraica: le leggi del Creatore non possono essere copiate dalla legge degli uomini – qualunque sia il popolo (eletto o meno che sia) che la scrive: è un blasfemo.

Il sionismo si rivela per quello che è: un progetto mercantile, coloniale, di esproprio delle terre e di estrema arroganza. Gli ebrei autolesionisti sono quelli che hanno scritto questa legge, non coloro che sempre la opporranno.

Con la scrittura di una legge si intima la popolazione e l’Umanità a rispettare una volontà specifica. Questa legge – insieme ad altre – è però profondamente illegittima. Si invita perciò la cittadinanza a non rispettarla e a recarsi in Palestina storica a visitare i nostri amici, più che potete.

Se lo Stato d’Israele vede i non-ebrei come membri inferiori dell’Umanità, non ha senso che stia ad intimarli a rispettare delle leggi.

Poi – e concludiamo – il nuovo faraone non ci fa paura!

– Altri figli d’Israele –

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2018/07/19/e-legge-israele-stato-nazione-ebraico_4875370e-92f2-437c-bbe4-6af3337a9462.html

Servizi segreti curiosi: dialogo tra due compagni

“Grazie a te caro.. ho la testa che mi sta scoppiando di come riprendere i filoni della rivoluzione”

“Sì, anch’io penso spesso a come è possibile rilanciare un discorso. C’è un silenzio tombale in giro, non so se ci hai fatto caso.”

“Infatti,..

Questo silenzio mi e’ arrivato fin dentro al deserto.

Se vuoi la mia: e’ conseguenza dell’immaturità politica della gente, troppo dipendenti dal discorso in televisione e l’idea che una rivoluzione e’ una passeggiata della domenica. L’assetto del potere in Siria e’ profondamente cambiato, e così in tutta la regione, te lo posso garantire.

L’onda profonda di cambiamento e’ stato avviata. Ora si tratta di sapere se vogliamo rimpiangere le distruzioni oppure iniziare una seconda fase di riconquista.

Il tentativo, da parte dell’alleanza attorno al regime, di fare tabula rasa della speranza di riscatto non e’ funzionato. Veri pezzi della prima fase della rivoluzione stanno ancora in piedi.

Per altro le contraddizioni in campo avversario, con la discesa massiccia di Putin e Netanyahu in campo a sostegno di Asad (magari senza Khamenei), va capita come una opportunità internazionalista senza precedenti: che abbraccia due continenti e in cui l’Europa deve giocare un ruolo centrale.

Non ce l’abbiamo con i siriani depressi, avranno sempre la nostra vicinanza.

Penso che abbiamo un dovere di solidarietà nei confronti delle centinaia di migliaia di martiri della prima fase della rivoluzione. Anche se non hanno ottenuto una vittoria decisiva hanno lanciato una prima diga sulla quale possiamo costruire.

E l’hanno fatto in un mare in tempesta.”

“Hai ragione, e sui siriani depressi non è questione di avercela con loro, ma tenendo conto del passato rapporto sbilanciato tra attivisti in Europa e attivisti siriani: rivolgersi a loro diventa imprescindibile.

E sul fatto che la rivoluzione non è una passeggiata della domenica, ci sarebbe da riflettere molto per farla finita con tutta una confusione fatta di lagne, recriminazioni verso questo o quell’altro.

Ma il punto più importante è quando dici che l’assetto del potere è cambiato. Questo secondo me in Europa non si capisce. Non si hanno elementi. Una visione diversa dell’idea di restaurazione già potrebbe far molto per coinvolgere di nuovo le persone. A patto che crediamo che sia ancora possibile.

E chiaramente anche che ci siano pezzi della rivoluzione ancora attivi è importante. Come si muovono nel nuovo contesto? Come si collocano? Queste sono cose importanti da sapersi. Il silenzio è anche un silenzio informativo. E ho il sospetto che è un po, indotto.”..

  • Comunicazione registrata a giugno 2018 e mandata in centrale per maggiori delucidazioni.

il lusso di rassegnarsi…

Il duro colpo che ha rappresentato, per la popolazione della Siria e per il movimento di solidarietà internazionale, il massiccio intervento aereo russo – nella migliore tradizione militarista sovietica – a fine settembre 2015, è dovuto a diversi fattori. Innanzitutto, ha ridato l’iniziativa bellica ad un regime estenuato, che aveva già necessitato dell’intervento di sostegno di Teheran nel corso del 2012 per cercare di fare fronte allo sgretolarsi della propria presa sul paese – spingendone più in là la (eventuale) sconfitta militare; ha dispiegato una nuova ferocia e operatività nel colpire le popolazioni civili inermi; ha permesso al regime (anche grazie all’invio di mercenari e di soldati russi) di portare a compimento gli assedi che erano stati posti ai due maggiori centri abitati della Siria fin dal 2012: Aleppo e Damasco (il primo cadrà a fine dicembre 2016, il secondo sarà definitivamente epurato a primavera 2018); ha dato una statura monolitica al regime che soltanto un appoggio come quello di Mosca avrebbe potuto garantire lui.

Per tanti versi perciò sembra gioco fatto. Non sono pochi gli attivisti che si sono disinteressati della questione ora che vere e proprie frontiere interne alla Siria sono state tracciate (il regime infatti non ha comunque avuto la capacità – fino ad ora almeno – di affermare la sua dominazione su più della metà del paese e la metà dei suoi cittadini) con una vera e propria capa di piombo calata sul destino del paese.

L’intento del presente intervento non è di relativizzare tutto ciò, nemmeno si intende sottolineare l’incertezza sul destino del sistema politico-militare della Russia di Putin come elemento per ridare speranza per il futuro del paese.

Il punto è un altro.

Quando tutti si sarebbero aspettato l’intervento dei caschi blu dell’ONU, oppure un’altra forza neutrale d’interposizione, è intervenuto militarmente uno dei cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Non per alleviare la sofferenza della popolazione, come preconizzano i trattati internazionali fondamenta delle Nazioni Unite, bensì il contrario: aggravare la distruzione e il massacro della popolazione – il tutto sotto gli occhi delle agenzie stesse dell’ONU.

Sembra questo alto tradimento dei valori dell’Umanità a rendere così cupa la situazione attuale per gli attivisti fuori la Siria.

Il motivo giuridico invocato – oltre il cinismo degli altre superpotenze internazionali che non hanno reagito – è che il regime siriano ha richiesto ufficialmente tale sostegno alla Russia. Che questo motivo abbia un valore sufficiente a giustificare in sede ufficiale – al di là del gioco delle parti davanti alle telecamere – il perdurare e l’amplificarsi del genocidio in Siria dovrebbe interrogare profondamente tutti coloro che, in un dato momento, si sono interessati del popolo siriano.

Prevale in ambito internazionale cioè la “ragione territoriale” sulla “ragione umanitaria” – per quanto avvenga in un dato paese. Se un governo/un regime ha sostegni internazionali abbastanza solidi può permettersi di fare quello che vuole all’interno delle proprie frontiere. La clausola dell’interferenza umanitaria votata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2005 in effetti conferma la centralità del concetto dell’attore statale monopolistico all’interno delle proprie frontiere, salvo quando consente a rinunciare ad una parte di tale monopolio (attraverso la firma del trattato di Roma sul tribunale internazionale ad esempio).

Perciò è assolutamente legittimo sentirsi, in quanto attivista solidale con il popolo siriano, spossessata/o dal proprio protagonismo. E’ il meccanismo di auto-riconoscimento tra Stati, come esclusivi attori legittimi, a marginalizzare la partecipazione popolare su temi internazionali che avvengono sul territorio di un dato Stato – come nel caso della Siria.

Detto ciò, forse si tratta proprio là di un invito a continuare ad impegnarsi attivamente a fianco dei siriani che non rinunciano a lottare per la libertà in Siria: si tratta di sdoganare la questione siriana e di mettere in evidenza che il genocidio si è potuto consumare soltanto grazie alla mancanza di meccanismi partecipativi internazionali fuori dal gioco tra gli Stati.

Il tecnicismo che ha permesso alla Russia di Putin di continuare quello che Asad aveva iniziato, dovrebbe essere il motivo per un rinnovato attivismo politico di tutte e tutti. Non solo per denunciare la politica guerrafondaia di Mosca, bensì per mettere in evidenza le regole internazionali che consentono lui di farla da nuovo padrone.

Le contraddizioni delle istituzioni politiche internazionali e le loro conseguenze devastanti sono più chiare che mai, ciò dovrebbe essere una ragione supplementare per unirsi ai siriani in lotta. Cioè: la rivoluzione siriana vive in tutti noi dal momento che rifiutiamo di piegarsi alle prerogative degli accordi tra Stati quando è in bilico la nostra Umanità.

Le telecamere si sono provvisoriamente spente sul massacro in Siria, gli eroi mediatici si stano dedicando ad altro, intanto la sete di giustizia per una pace duratura si affina.

nel Golfo, 12 giugno 2018,

Johannes ST Waardenburg

Solidarietà Internazionalista

C’è un popolo in Europa che ha sempre una marcia in più. Magari perché ha dovuto vedersela storicamente con uno Stato coerente e espansivo (imperiale).

E’ il popolo francese.

Martedì 3 aprile inizia uno sciopero ad oltranza nel servizio pubblico ferroviere francese (SNCF) contro le politiche reazionarie e ultra liberiste della Presidenza Macron.

In contemporanea sono in atto movimenti di lotta radicati nel traffico aereo (AirFrance), nell’industria, nel servizio ospedaliero, negli apparti dello Stato (finanze pubbliche) e per la regolarizzazione dei migranti.

Poi c’è l’Università: una protesta diffusa in numerosi atenei portata avanti da giovanissimi attivisti che non hanno paura, nemmeno quando vengono aggrediti dal proprio corpo docente (fascista) in passa montagna!

Se la Rivoluzione siriana ci ha insegnato qualcosa: è che non si molla. Non abbiamo il lusso di questa scelta di comodo.

Il sacrificio è stato troppo immenso perché si torni indietro. Tutte le città sono distrutte, anche quelle “ufficialmente” ancora in piedi. Sono distrutte perché la comunità sociale è scomparsa. L’anima della città è morta. La gente è stata massacrata.

Invitiamo pertanto, da attivisti coerenti, tutti voi ad allargare la solidarietà a questo secondo popolo coraggioso che dalla settimana prossima si appresta a portare avanti una lotta molto dura contro i vertici dell’Unione Europea, che vogliono le popolazioni assoggettate al mercato e alla finanza.

La gente comune – che siamo noi – invece crede nella solidarietà e nella costruzione lenta, con i propri umili mezzi, di una società nuova basata sulla collaborazione, l’inclusione e il rispetto delle differenze nell’unità degli intenti. Una società dell’emancipazione per tutti noi.

A Napoli è stato piantato il seme della Rivoluzione, fiorirà e vorremmo che tutti voi ne foste partecipi.

Studenti Unior pro Rivoluzione siriana, 31 marzo 2018

https://www.youtube.com/watch?v=F7eJJOIRbSI

Tornare sempre alla Rivoluzione. Ovvero: la denuncia di pratiche vecchie come il cucco.

“Attenti a quei due!..”

Come membri del movimento di supporto alla rivoluzione siriana e ai contenuti laicisti ed emancipatori – quali quelli preannunciati nel 2011 – abbiamo amaramente constatato che il clima elettorale ha reso ancora più evidenti alcune contraddizioni interne al movimento in Italia, oggi incarnate da chi persegue giochi partitici piuttosto che concorrere ad un percorso teorico e di lotta del movimento stesso; inoltre, riteniamo opportuno evidenziare che ultimamente la lotta si è appiattita prevalentemente sul lavoro d’informazione, con il rischio della creazione di gerarchie che sembrano già stabilite: da una parte una sorta di manovalanza più o meno consapevole, che si occupa di articoli, traduzioni e simili tramite un mezzo mediatico; dall’altra elementi “dirigenziali” che si fanno interlocutori primari. Tutto ciò è evidentemente lesivo ad una crescita e ad una riflessione più allargata e condivisa, nonché a responsabilità e autonomia di chi lavora su territori diversi.

Questo preambolo nasce dall’esigenza di spiegare i motivi che, come membri del Comitato Permanente per la rivoluzione siriana, ci hanno spinti a distinguere il nostro percorso di solidarietà e di lotta da quello di soggetti “storici”, prendendone le distanze: episodi di verticismo e di accentramento arbitrario della lotta, ultimamente appiattiti su contenuti elettoralistici e di convenienza ideologica (quando non personalistica) hanno reso impossibile la collaborazione con gli stessi.

In questi anni, alla denuncia di episodi che hanno fatto emergere contraddizioni ormai insanabili, è stato risposto con arroganza e superbia a chi, come noi, faceva presenti alcuni errori in merito alla crescita lineare ed orizzontale del movimento di solidarietà.

Si è arrivati perfino alla demonizzazione di compagne e compagni da anni impegnati con coerenza al fianco del popolo siriano e dei popoli arabi.

Ad esempio di quanto affermiamo esponiamo alcuni episodi occorsi nel cammino fatto insieme a queste persone negli ultimi tre anni.

1) Crediamo che sia stato un errore quello di mettere nelle mani della politica, e per di più una politica dichiaratamente pro-Asad, tutto quanto emerso in termini di solidarietà ai siriani dopo la conferenza di Bologna dell’ 11-12 ottobre 2015, e per di più senza confrontarsi con le compagne e i compagni o chiedere una discussione in merito all’utilità di quella iniziativa. In quell’occasione Germano Monti e Fouad Rouheia presero individualmente la decisione di interpellare un noto esponente dell’M5S circa la situazione siriana, in quello che noi ravvisiamo fu un tentativo autoreferenziale di portare avanti istanze personalistiche in ambito politico-istituzionale. Infatti, in quel periodo, più che interrogare la politica asadista sarebbe stato utile rafforzarne la critica attraverso lo strumento collettivo del Comitato Permanente per la rivoluzione siriana (nato qualche settimana prima) e del cui coordinamento faceva parte lo stesso Fouad Rouheia. La ricaduta immediata di tale iniziativa fu lo scioglimento definitivo del coordinamento.

2) Ad inizio di febbraio 2016, sulla scia della Conferenza di Milano (16-17 gennaio), che intendeva ribadire un percorso rivoluzionario e un metodo orizzontale, promuovemmo una Manifestazione nazionale a Roma in ricorrenza dell’anniversario della rivoluzione siriana. Ritenemmo opportuno rilanciare questo segnale proprio in risposta ad un appiattimento contenutistico conseguente allo scioglimento del coordinamento che agevolò la pratica di accentramento messo in atto da Germano Monti e Fouad Rouheia – proprio in un momento in cui l’intervento russo in Siria rafforzava posizioni negazioniste della rivoluzione. Quando proponemmo la manifestazione agli stessi soggetti di cui sopra, nel tentativo di ricompattare e ricomporre gli attivisti italiani, non solo ottenemmo un ambiguo diniego, ma ritrovammo poi Germano Monti alla manifestazione, accompagnato dal gruppo “La Comune/ex-socialismo rivoluzionario” con il quale aveva fino ad allora collaborato nella sola Roma. Ed in quella occasione, esponenti di quel gruppo intervennero affermando che la rivoluzione era stata sconfitta, senza alcun rispetto degli stessi siriani che sostenevano il contrario.

Quindi, non solo questi due esponenti di Roma scelsero come interlocutori privilegiati “La Comune” (già cacciati per le loro posizioni dalla Conferenza di Bologna), pervenendo anche a nostra messa in guardia circa la loro pratica politica (che risponde all’agenda del gruppo dirigente), ma imposero subdolamente questi soggetti all’interno delle nostre iniziative.

3) La preannunciata mostra Caesar sui crimini del regime di Asad, invece di costituire uno strumento unificatore della solidarietà al popolo siriano, occasione di dibattito e mezzo di formazione militante di persone che costruissero nelle loro realtà territoriali a fini informativi, fu una ulteriore occasione di autoprotagonismo ed accentramento decisionale.

Germano Monti, Fouad Rouheia e Riccardo Bella gestirono l’organizzazione della mostra, per la cui promozione si avvalsero della collaborazione di Amedeo Ricucci. La mostra avrebbe fatto tappa almeno a Roma, Napoli e poi Milano. Anche in questo caso leggemmo come ulteriore prevaricazione il fatto che gli attivisti e militanti di Napoli furono messi al corrente dell’arrivo della mostra in città soltanto a cose fatte. Eppure proprio a Napoli si era creato terreno fertile per la crescita del movimento di solidarietà, in seguito all’aggressione (anche fisica) subita dai pro-Asad in piazza.

Come se ciò non bastasse, nell’estate 2016, ci ritrovammo a dover contestare la scellerata decisione d’inserire nel video di promozione della mostra una intervista ad Erri De Luca, le cui posizioni sul sionismo sono note. Questo, a nostro avviso, andava ad alimentare la falsa teoria pro-Asad secondo la quale tutta la rivolta in Siria era frutto di una cospirazione imperialista-israeliana.

Tralasciando la convenienza per Israele di mantenere al potere il regime degli al-Asad, trovammo bizzarro che la militanza pro-Palestina di Germano Monti, Fouad Rouheia e Riccardo Bella avesse potuto piegarsi ad esigenze mediatiche di visibilità, più utili per un giornalista che per degli attivisti.

4) In seguito all’attacco chimico del regime sulla località di Khan Shaykhun del 4 aprile 2017, il Comitato Permanente si fece promotore di una petizione da consegnare alla Farnesina per esigere finalmente una presa di responsabilità da parte delle istituzioni italiane. Contestualmente a questo, da Roma venne l’invito ad una manifestazione nazionale, il cui rinvio di mese in mese fino ad ottobre fu motivato dal timore di una scarsa aggregazione. Ancora una volta ci si è appiattiti sulla visibilità piuttosto che su quella manifestazione come mezzo di crescita orizzontale – ostinandosi a dialogare con realtà politiche per fare numero piuttosto che farsi mezzo di coinvolgimento della società civile circa quello che accade in Siria.

La stessa grande manifestazione del marzo 2014 dimostrò che non basta il dato numerico per informare e coinvolgere sulla Siria: le proporzioni della stessa mobilitazione non portarono automaticamente ad una conseguente crescita del movimento di solidarietà, anzi forse chiamarono noi ad un maggiore e più coerente impegno.

5) PaP e Sinistra Anticapitalista.

Quanto detto fin qui trova la sua definitiva e palese conferma sulle ultime posizioni assunte da Germano Monti e Fouad Rouheia in merito alla formazione politica “Potere al Popolo”: la pubblica dichiarazione di adesione al programma elettorale di questa lista ha gettato un velo di ambiguità sulla solidarietà tutta alla rivoluzione siriana.

Chi vive a Napoli sa da chi e da cosa è nato “Potere al Popolo”, e chi ne sono i componenti primari. Gruppi politici come Rete dei comunisti, Carc, Rifondazione comunista, il collettivo studentesco CAU, confluiti nel progetto ex-OPG e cavalcando le istanze dell’amministrazione cittadina, hanno costruito un apparato abbastanza forte e tale da proporsi come “novità” nel panorama politico ed elettorale. Chi oggi chiama al voto di questo soggetto politico sa fin troppo bene che si tratta di settori pro-Asad che per sette anni hanno taciuto sul massacro in corso in Siria, quando non partecipato direttamente alla disinformazione e alla negazione di quella rivoluzione, e al boicottaggio di ogni confronto e tentativo di dialogo.

Ora, riteniamo che un conto sia manifestare la volontà d’intercettare in “PaP” quei soggetti sensibili alla rivoluzione siriana, nel tentativo di coinvolgerli nella nostra battaglia di solidarietà; altra cosa è addebitare alla sigla stessa connotazioni anti-Asad, trascendendo la realtà oggettiva delle componenti fondanti di “Potere al Popolo”, e addirittura invitare subdolamente al voto. Di fronte alla palese contraddizione di queste posizioni ci siamo interrogati sul perché si perseguisse (ancora una volta unilateralmente) questa strada, interpellando numerose volte i “protagonisti”, senza mai riuscire ad ottenere una risposta convincente; ma anzi, assistendo ad un arroccamento su quelle posizioni e ad un progressivo accentramento di forze e di “reclutamento” di persone, il tutto teso ad escludere dal dibattito le voci dissidenti con vere e proprie operazioni di isolamento e demonizzazione. Pratiche di stalinista memoria, che credevamo condannate una volta per sempre, e che ci hanno ulteriormente allertati e spinti a denunciare il loro agire.

Dopo l’intervista di NenaNews del 14 febbraio 2018 sul medioriente a Chiara Capretti, esponente napoletana del PaP, in cui la stessa esprimeva considerazioni inaccettabili sulla Siria (e non solo), il nucleo di Napoli sentì urgente l’invito ad un confronto pubblico pre-elettorale, che facesse piazza pulita della solita disinformazione ad opera dei pro-Asad. Nell’organizzarci per questo confronto, ci siamo visti riproporre il consueto verticismo, con Monti e Rouheia che da Roma dettavano “istruzioni” sul come, cosa, quando e con chi fare quell’incontro. Tutto ciò non in un clima di collaborazione e sostegno reciproco, ma con metodi e toni dirigenziali, con l’aggravante di più o meno chiara indicazione di voto: chi sa di essere letto e seguito da un gran numero di persone in merito alla Siria, dovrebbe astenersi dall’attribuire a sigle come “PaP” fantasiose potenzialità di comprensione dei processi arabi, soprattutto considerata la chiarezza delle posizioni di “PaP” in merito alla rivoluzione siriana.

Tutto quello che è venuto dopo è stato un susseguirsi di pratiche di isolamento e demonizzazione di coloro che porgevano argomentazioni contenutistiche, definite “paranoie” da chi oggi fa parte di una enclave chiusa che obbedisce acriticamente a quello che è diventato un vero e proprio vertice.
E a chi vaneggia di una nostra presunta rinuncia al chiarimento, rispondiamo che il nostro riferimento non è e non sarà mai un enclave addomesticata a manovre politiche e verticistiche, ma gli attivisti, la società civile e quei soggetti politici/informativi/umanitari che non intendono piegarsi alle logiche fin qui denunciate.

La rivoluzione siriana come processo di autodeterminazione tuttora in atto, nato sulla scia delle primavere arabe, ha scardinato schemi politicisti che comprimevano la comprensione del potenziale delle lotte dal basso, in quelle regioni dove il dominio globale si esprime in modo più forte. La repressione di quelle lotte da parte dei regimi e degli Stati dimostra che la sola lettura “anti-imperialista” e geopolitica (nel senso convenzionalmente dato ai termini) non può bastare a spiegare e a fare emergere gli interessi che gli stessi oppressori condividono con l’Occidente. Perciò riteniamo che cadere nella trappola elettorale (cosa che sta accadendo proprio negli ultimi giorni) significa rischiare di consegnare definitivamente il dibattito nelle mani dei detrattori delle lotte arabe e delle popolazioni in generale, e di tornare indietro di sette anni.

Pensiamo che il patrimonio teorico e di lotta che fino ad ora abbiamo elaborato vada salvaguardato, rilanciato e sviluppato, e che il metodo di questo percorso debba necessariamente essere coerente con il fine.

Siamo pronti a ripartire da questo, rimboccandoci le maniche, e accogliendo tra noi chiunque sia mosso dalla stessa sensibilità umana e politica. Noi non aspetteremo il “dopo 4 marzo” per denunciare chi da sette anni sta massacrando una intera popolazione; ma soprattutto non rispetteremo l’agenda di chi da sette anni si è reso complice del massacro.

Johannes Waardenburg

Fiorella Sarti

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