USA – Rivoluzione siriana: come uscire dal vicolo cieco

Roma – 6 maggio 2016

Non sono passati nemmeno 24 ore dall’estensione anche ad Aleppo del cessate il fuoco, che il regime siriano con i suoi caccia bombarda un campo profughi alla frontiera tra la Provincia di Idlib e la Turchia. Almeno 30 morti e decine di feriti. Non erano passati nemmeno 24 ore.. L’intento è perciò chiarissimo: si tratta di uccidere una speranza mondiale sul nascere, di farci tornare in mente i nostri peggiori incubi e di ghiacciare il nostro sangue; di paralizzarci.

Ciò si chiama terrore di Stato, e lo pratica il regime degli al-Asad da decenni. Daesch e le altre organizzazioni terroristiche sono solo emanazioni di questo male profondo, purtroppo molto tenace.

Che si fa dunque? Fortunatamente nessuno sta pensando di tornarsene a casa a questo punto; la strategia di Bashar non funziona infatti: non rende più. Non riesce più a imporre la sottomissione attraverso una paura generalizzata, ciò dall’inizio della rivoluzione siriana almeno.

Ma chi fermerà Bashar al-Asad? Chi impedirà lui e i suoi alleati di continuare a massacrare un intero popolo e di distruggere un intero paese? A cancellare la storia millenaria di coabitazione civile, come se ciò non fosse mai esistito.

La paura di rispondere a questa domanda ci ha portato in un vicolo cieco, non solo noi in Italia ma tanti gruppi di solidarietà nel mondo.

Quasi immediatamente in tanti si sono rifatti alle Nazioni Unite e in particolar modo agli Stati-Uniti, paladini autoproclamati dei valori di democrazia e di libertà. Questa fiducia cieca è servito a poco però, perché sia l’uno che l’altro vogliono conservare Bashar al potere nella circoscrizione di Damasco. Molti di noi si sono illusi dunque – come quando uno si illude che il politico carismatico di turno una volta eletto cambierà la faccia della terra.

Con ciò non s’intende fare una critica alla nostra ingenuità come movimento di solidarietà. Però è venuto il momento di tirare le somme davanti al protrarsi della repressione generalizzata in Siria, considerato che nessuna istanza internazionale ha cercato per davvero di fermare Bashar al-Asad.

Molti ci chiederanno: ma cosa volete di preciso, un intervento militare occidentale per rovesciare il dittatore di Damasco?

Chi di noi, in un momento di smarrimento totale davanti al genocidio in atto, non l’ha sperato onestamente? Come in televisione.. Però la nostra coscienza è più forte, sa che qualunque intervento straniero porterà con se un prezzo amaro, in termini di perdita di libertà, d’integrità e d’indipendenza. L’Iraq poco distante sta lì a ricordarcelo.

C’è un’altra via che però nessuno sembra contemplare, è quella della legalità internazionale. Esiste è vero, un organo decisionale collegiale tra le maggiori potenze mondiali, si chiama il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – però anche lì all’evidenza tutti si sono accordati sulla permanenza di Bashar al sua posto.

Tuttavia, ci interroghiamo, il diritto internazionale si può mai ridurre alle decisioni interessate di cinque membri di un organo esecutivo? Di sicuro, no.

La posta in gioco è di conseguenza molto alta e il destino di tutti noi è in bilico davanti all’indifferenza attuale delle istituzioni internazionali.

Perciò, noi del Comitato permanente facciamo una domanda molto semplice, quasi ingenua: se i siriani sono stati così coraggiosi a ribellarsi a un dittatore sanguinario, com’è che noi non siamo capaci di ribellarci a delle istituzioni internazionali che non sono garanti nemmeno della vita delle persone? Ribellarsi significherebbe avere il coraggio e la determinazione di volere un mondo libero per tutti noi.