Io invece non mi vergogno!

Riflessione collettiva sulla difficoltà di articolare quotidianità studentesca con impegno civile, sociale e culturale

Questo dicembre saranno cinque anni che il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione siriana è attivo all’interno – e fuori le mura – del nostro ateneo l’Orientale. Davanti alla complessità della “questione siriana” e davanti all’immobilismo generale abbiamo voluto dal primo giorno stimolare e sostenere il dibattito e la riflessione su un tema essenziale per il futuro di tutto il Bilad al-Sham. Abbiamo incoraggiato docenti e rettorato ad impegnarsi per rompere l’omertà che cingeva la tragedia immane inflitta al popolo siriano.

Dopo oltre quarant’anni di dittatura, questo popolo coraggioso semplicemente si era alzato in piedi; lo ha fatto per rivendicare Libertà, Giustizia sociale e Autodeterminazione.

Noi, abbiamo risposto al suo grido di dolore e sostenuto il suo riscatto per la dignità; eravamo tutti stati in Siria ed era il minimo che si potesse fare.

Da una situazione iniziale di sollevazione di popolo repressa nel sangue, si è passati già nell’estate del 2012 ad un conflitto militare generalizzato contro una popolazione, il suo territorio e le sue città. Il primo paese ad aver messo tutto il suo peso sulla bilancia fu la Repubblica islamica dell’Iran. Poi sono intervenuti quasi tutti gli altri attori regionali di rilievo: Israele, Turchia, Arabia-Saudita, Russia, Emirati Arabi, Usa, Australia,..

Comunque, nessuna di queste potenze ha voluto sostenere le aspirazioni genuine della popolazione civile di poter decidere liberamente del proprio destino – come sancito invece dalla dichiarazione universalista dell’ONU. Tutti in effetti hanno voluto condizionare l’esito del cambiamento epocale in corso: perché di ciò si trattava – qualunque fosse stato l’esito, la Siria non sarebbe mai tornata ad essere il feudo indiscusso degli al-Asad! Parola di siriani.

Poi, centinaia di migliaia di rifugiati si sono riversati nell’Europa opulente, dirigendosi preferibilmente verso mete che potessero garantire loro, e alle loro famiglie, un futuro sereno. La questione siriana si è dunque internazionalizzata ulteriormente, fino a diventare una linea di demarcazione tra la Russia – nuovamente in fase di espansione militare – e l’egemonia mondiale statunitense in crisi. In tutto ciò, Israele – che non intende rispettare il diritto internazionale – cerca di consolidare la sua presa sulla regione, anche se esso stesso attraversa una enorme crisi interna di assestamento.

Uno studente: Ma a noi che ce ne interessa!..

Dato che le istituzioni accademiche nazionali ci metteranno vent’anni a cogliere il polso della situazione – se ci va bene – cosa noi studenti, nel nostro piccolo, possiamo fare?.. Possiamo fare tanto invece, come il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione siriana ha dimostrato in tutti questi anni. Cominciando proprio con lo smarcarsi dalla “complicità morale” che voleva che davanti ai presunti pericoli rappresentati dagli arabi – credenti, atei, liberali o marxisti – era meglio un dittatore sanguinario inchiodato sulla sua poltrona.

D’accordo, ma come faccio – io?

Infatti, ecco proprio perché pubblichiamo questo opuscoletto: per ribadire che non è facile per nessuno di noi ritagliare uno spazio libero nella propria quotidianità. L’Impegno sociale sembra che sia diventato un lusso – che solo in pochi si possono permettere – invece di essere un sentire quotidiano.

Può essere impegnativo, questo è vero; però noi di StUpRS non imponiamo niente a nessuno. Solo di ascoltare la verità magari! Proponiamo solo a chi è interessato di fare un pezzo di strada insieme a noi e ai siriani liberi.

Leggetevi perciò queste tre testimonianze interne di studenti che hanno dovuto lottare contro il peso del dovere, degli obblighi, dei dubbi, delle insicurezze e delle scadenze. Tre barchetèlle che potevano affondare e che invece hanno trovato un loro nuovo equilibrio, più consapevole e fidato. Alla riscossa!

Il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana si riunisce settimanalmente nel cortile di palazzo Corigliano, ed è aperto a tutti coloro che vogliono sostenere con metodi inclusivi la lotta di liberazione del popolo siriano.

Mi chiamo Alessia e studio la lingua e la cultura araba da tre anni. Credo che essere studenti di lingua comporti delle responsabilità, in quanto volenti o nolenti ci si scontra con le varie realtà sociali, politiche, economiche dei paesi che ci interessano che non sono sempre semplici e positive. Nei mio percorso studentesco mi sono scontrata in particolare con la situazione siriana. Questa mi è stata realmente sbattuta in faccia attraverso un documentario che la descriveva, da quel momento il mio pensiero non ha mai abbandonato quella gente. Essendo una persona piuttosto sensibile ed empatica venire a conoscenza della crudele realtà siriana mi ha scioccato ed ha scatenato in me una forte emozione che definirei ‘voglia di fare qualcosa, di essere utile’, insomma ha scatenato in me proprio quel senso di responsabilità di cui ho parlato prima. A quanto pare non ho avvertito solo io questo sentimento in quanto all’interno dell’Ateneo è nato un gruppo, Studenti Unior Pro-Rivoluzione Siriana che organizza attività culturali per rompere il silenzio. Il gruppo poteva dare sfogo alla nostra voglia di essere utili, perciò ne ho voluto far parte senza alcun dubbio.

I dubbi sono venuti dopo. Non avendo mai sperimentato prima d’ora alcuna forma di attivismo, mi sono trovata in difficoltà nel mettermi in gioco, nel provare le mie abilità ma soprattutto nel capire quali fossero le mie abilità. Più volte ho creduto di non essere all’altezza e di non avere le “doti” dell’attivista.

Quando il gruppo organizzava attività sentivo di voler partecipare, di fare di più ,di spingermi oltre i miei limiti e le mie insicurezze. Talvolta sono riuscita in questo e posso assicurare che il gruppo mi ha dato molta forza; quando le attività riuscivano mi sentivo realizzata, utile all’interno dei miei limiti e delle mie capacità e parte di un interesse e di una speranza condivisa, che è una sensazione bellissima.

Altre volte al contrario non riuscivo ad attivarmi del tutto essendo una persona insicura, talvolta profondamente scettica nei confronti delle mie capacità e anche timida quanto basta per non riuscire a parlare in pubblico.

Queste condizioni emotive mi hanno spinto per un periodo ad abbandonare il gruppo, sopraffatta come ero anche dai doveri di studentessa (era infatti il periodo esami estivo). Di fatto mi sono tirata indietro, ho scelto di smettere di mettermi in gioco, mi sono allontanata quasi in silenzio per la vergogna che provavo per aver abbandonato una questione a cui tenevo veramente. Di fatto ero più libera ma non soddisfatta in quanto mi sentivo e mi sento ancora così legata alla questione che non riesco ad ignorarla del tutto.

Le iniziative che sono state portate avanti dal gruppo mi hanno arricchito sia da un punto di vista culturale, sia da un punto di vista personale in quanto sono state messe alla prova le mie stesse capacità di studentessa. Lo studio necessario ed insostituibile viene messo in pratica immergendosi all’interno della realtà studiata.

Ora mi trovo in Marocco per un progetto Erasmus e nonostante la lontananza ho deciso di rimettermi in contatto con il gruppo e di non abbandonarlo in quanto si può essere utili e attivi anche nel piccolo facendo incontrare i doveri con gli interessi in modo bilanciato e non facendosi sopraffare dagli uni o dagli altri.

Sono Simona, ho venticinque anni e frequento il secondo anno magistrale presso l’Università di Napoli “L’Orientale”. Queste poche righe non hanno alcuna pretesa se non quella di trasmettere, attraverso la mia esperienza, cosa si prova quando si tenta di fare del proprio percorso di studi un motivo in più per impegnarsi in iniziative che promuovono informazione e attivismo sincero rispetto a realtà a noi più vicine di quanto ci aspettiamo.

La naturale predisposizione a non soffermare il mio sguardo sull’apparenza delle cose e cercare di guardare sempre oltre, insieme alla passione da sempre nutrita per il mondo arabo-islamico, mi hanno portata a scegliere quest’Università come il luogo in cui, sapevo, avrei ampliato le mie conoscenze e alimentato i miei interessi. E così è stato. Non sapevo però sarebbe diventato anche il posto attraverso il quale mi sarei avvicinata, scoprendo un forte coinvolgimento emotivo, a realtà di conflitto e ingiustizie che si perpetrano poco più in là da casa mia. Non so se al di fuori del contesto universitario avrei preso così a cuore questioni attualissime come quella palestinese e quella siriana, per esempio, ma certamente si è trattato di un risvolto per me rivelatosi importante. Importante perché mi ha permesso di entrare in contatto, seppur fisicamente da lontano, con una storia repressa, ignorata dalla narrativa ufficiale che tende, con le sue semplificazioni e generalizzazioni, ad imporsi lasciando poco spazio al senso critico, alla necessità di indagare più a fondo.

Ho iniziato così ad informarmi per conto mio prima di tutto. Studiando la storia contemporanea dei Paesi arabi ho avuto modo di approcciarmi a questa disciplina in maniera più lucida e oggettiva, colmando molte delle lacune storiche ed inesattezze che contaminavano e oscuravano la mia consapevolezza rispetto a quanto è accaduto e accadeva in Medio Oriente. e’ stato in quel momento che mi sono “appassionata” alla rivoluzione siriana, tanto da farne un oggetto di studio per la mia tesi triennale. Più tardi ho scoperto l’esistenza del gruppo “Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana” al quale mi ci sono avvicinata di mia spontanea volontà perché l’idea che vi fossero ragazzi come me altrettanto interessati alla Siria e al dramma che il suo popolo viveva e tuttora vive, mi rendeva più vicina alla causa, forse solo più compresa nell’emotività che mi coinvolgeva.

Ho iniziato a prendere parte a manifestazioni di solidarietà nei confronti dei siriani, iniziative che, sotto forma di cineforum e attraverso il dibattito in presenza di chi in Siria ha avuto modo di assistere da vicino alla barbarie, si proponevano di avvicinare le persone – sia all’interno del contesto universitario, sia i napoletani stessi -, alla necessità di comprendere che una tragedia come quella che vive la Siria ormai da oltre cinque anni, non può essere ignorata. Poco più al di là del nostro stesso mare, la Siria è diventata un teatro di guerra che se ignorato, ho capito, finisce per renderci corresponsabili e vittime, al tempo stesso, di ingiustizie che da un lato alimentiamo con la nostra ignoranza, la nostra pietà selettiva, la nostra omertà, dall’altro, illudendoci che la questione non ci riguardi da vicino, oltre a dilaniare un popolo, tali ingiustizie, con le loro inevitabili conseguenze, coinvolgono noi stessi.

Queste sono state le riflessioni che mi hanno motivata, che hanno dato un senso al mio tentativo di capire e fare in modo che anche altri lo facessero, senza ergermi in alcun modo a detentrice della verità. Ho realizzato che da casa mia, dalla mia università, non è possibile fare molto, ma qualcosina sì, come cercare di coinvolgere altre persone nell’importanza che una donazione può avere per chi è ormai privo di tutto, dimostrare che sventolare una bandiera, quella della Siria indipendente, non è come tifare ad uno stadio: è avere il coraggio di decidere da che parte stare e farlo con consapevolezza e intelligenza, senza lasciarsi andare a facili slogan di pace non sentiti veramente o mero protagonismo.

Nel corso di questi ultimi anni per quanto scetticismo, diffidenza, indifferenza io abbia riscontrato anche tra le persone a me vicine, sono riuscita quanto meno a far maturare in qualcuno l’interesse verso la Siria, vederlo impegnato in discussioni in merito e sentirlo esprimere la sua opinione che non necessariamente coincideva in toto con la mia, ma già il fatto che la curiosità lo avesse spinto ad informarsi non basandosi più sulle sole mie parole, la mia passione, per me era un grande traguardo.

Tuttavia, ammetto di aver incontrato non poche difficoltà oggettive in questo percorso. Difficoltà che venivano alla luce quando persone interessate alla questione siriana, temevano, anche giustamente, di esporsi ed essere per questo giudicate. Difficoltà nell’ambito della mia Università nell’organizzare iniziative sotto forma di seminari perché consapevole che a richiamare gli studenti, tra i quali molti arabisti, probabilmente sarebbe stato più il conseguimento dei relativi crediti che l’interesse per il tema trattato.

Ma difficoltà anche mie che mi sono trovata ad affrontare rispetto al poco tempo che avevo a disposizione tra esami da sostenere cercando di rispettare ogni data, la vita da pendolare e il lavoro. Pur non perdendo di vista l’importanza che la Siria ancora rappresenta per me, ammetto che è stato difficile, e spesso impossibile, presenziare alle riunioni col gruppo degli Studenti Unior pro-rivoluzione siriana, offrire un contributo più concreto al loro lavoro di informazione e organizzazione di eventi. Mi sono sentita spesso demoralizzata e avvilita per questo, a volte ho avuto la sensazione di non riuscire a gestire il mio tempo tra i vari impegni, purtroppo inderogabili. Ho dovuto operare una scelta di fatto tra le priorità pratiche e quotidiane, trovandomi quindi costretta ad allontanarmi dal gruppo e limitarmi a discussioni da lontano, incontri frettolosi con alcuni dei membri pur di non perdere i contatti. Si tratta di difficoltà che avevo messo in conto, ma scadenze, orari e chilometri non mi hanno certo aiutata.

Il mio percorso di studi, che amo e ancora mi appassiona, quello che mi ha permesso di intraprendere anche la strada dell’attivismo, se così è possibile definirlo, è lo stesso motivo che oggi mi rende più difficile continuare quel percorso.

È per questo motivo che scrivo, perché la mia sete di sapere e di capire non si è spenta, perché confido in un sistema anche universitario che non precluda a me e a tanti giovani come me, la possibilità di dedicarsi a temi importanti come la rivoluzione siriana lo è stata per me, approfondirli e impegnarsi attivamente. Scrivo a chi, proprio come me, si è sentito spesso smarrito e incapace di portare a compimento obiettivi e impegni prefissati, dovervici rinunciare e farsi da parte, anche se mai del tutto.

Scrivo e ringrazio chi invece ha avuto modo e forza di prestare la propria voce, il proprio lavoro a questo progetto di solidarietà per i siriani, senza lasciarli mai soli, nemmeno da lontano.

“L’io, le notizie agghiaccianti, la risposta collettiva”

“Cara, quando ci sei fatti viva che c’è una missione speciale per te”, una conversazione su Skype con un caro amico per aggiornarci sulla nostra Siria. Un appuntamento a tarda notte, nell’unico momento libero per entrambi, in una giornata “storta” di un periodo complicato. Sono stanca eppure mi lascio travolgere dal suo entusiasmo. Siamo riusciti a ritagliarci un momento, nelle nostre quotidianità impegnate, per parlare di questo gruppo che, nonostante gli stravolgimenti interni, dal 2012 esiste ancora con la sua energia preziosa. Non è stato automatico staccare la spina dal peso di quella giornata per riprendere argomenti depositati per un po’ in un cassetto, ma ci è voluto poco per capire che quel cassetto, in realtà, non era mai stato chiuso. In un attimo sento di nuovo forte la volontà di partecipare all’organizzazione delle attività del gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana, con l’inizio del nuovo anno accademico. Ciò significa cercare di capire quale potrebbe essere il mio contributo al gruppo in questa nuova fase della mia vita, in cui sono lontana da Napoli e l’incombenza di progetti da realizzare mi costringe a centellinare le energie. L’occasione per darmi una risposta arriva subito: preparare una piccola composizione sulle difficoltà di conciliare vita privata e impegno sociale, un “incarico” che arriva in giorni in cui sono alle prese con una consegna lavorativa. Una circostanza che, nel suo piccolo, incarna le difficoltà del mio percorso nel gruppo, il momento giusto per rimettermi di fronte allo specchio e capire chi voglio essere.

Quando ho conosciuto i ragazzi di quello che sarebbe diventato Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana, ero ancora una studentessa della magistrale all’Università di Napoli; ero tornata da Damasco da meno di un anno, e avevo ancora le ferite aperte provocate da quel rientro. A Damasco avevo vissuto per 4 mesi per un corso di arabo, nel 2011, proprio nei mesi in cui sono iniziate le prime manifestazioni pacifiche, da subito represse con violenza. Le circostanze mi hanno costretta a rientrare in Italia, ma la mia anima rimaneva lì con le persone che avevo imparato ad amare e in un paese che da allora avrei sempre considerato come la mia seconda casa. Entrare a far parte di quel gruppo di ragazzi, per diversi motivi legati alla questione della Siria, è stato una salvezza. Una cura alla solitudine e al senso di impotenza che vivevo quotidianamente. Il nostro impegno ha trovato da subito diversi ostacoli, dovuti sia all’indifferenza generale da cui eravamo circondati sia alle difficoltà interne che qualsiasi tipo di gruppo è normale che abbia: ci si dedica ad un obiettivo comune ma bisogna riuscire a mantenere un sano e gioioso equilibrio fra le svariate componenti. Ci si muove insieme verso un’unica direzione e, quasi parallelamente, si segue la direzione della propria vita privata. Si può trovare un’armonia in tutto questo? Impegnarsi, con scadenza fissa, per qualcosa, anche se si tratta di una nobile causa, può risultare difficoltoso, soprattutto quando gli obblighi quotidiani risucchiano gran parte delle energie; se poi tale impegno è condiviso in un gruppo, le variabili aumentano: può essere rassicurante per certi versi ma può anche rappresentare un peso, quello della responsabilità verso il “compagno di squadra”. Il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana, da squadra che si rispetti, ha vissuto, negli anni, le diverse fasi di un percorso che, proprio come quello dei nostri amici Siriani, è tuttora in salita ma conserva la gioia e la vitalità dei colori della libertà sognata. Il mio cammino personale all’interno del gruppo è stato, anch’esso, tortuoso e spesso ho sentito di non avere abbastanza fiato per seguirne il ritmo e me ne sono vergognata.

Dover costantemente stabilire le “priorità”, osservare i “doveri quotidiani”, rispettare le scadenze… e nello stesso tempo sentire forte dentro il desiderio di essere un po’ più vicina al coraggio di un popolo che non demorde, condividere la gioia di una lotta estenuante. E poi ancora… non sentirsi in grado di fare qualcosa di davvero “utile” ad una causa così giusta ma così difficile, tanto grande da sembrare non approcciabile, così complicata da scoraggiare qualsiasi tentativo di partecipazione… “In fondo cosa potrei fare io, nella mia piccolezza, di fronte ad una tragedia di tali dimensioni?” La risposta non è univoca, ognuno dovrebbe sentirsi libero di cercare dentro di sé la forma di partecipazione che più si adegua al proprio essere, ma è impossibile iniziare senza aver affrontato il timore, forse anche la vergogna ed il senso di colpa, che possono scaturire da tale sensazione di impotenza. Combattere la solitudine in cui ci si rinchiude quando non ci si sente all’altezza, guardarsi intorno con fiducia e confrontarsi su tali paure, in modo solidale, non inquisitorio, potrebbe essere la chiave per cercare insieme un modo di partecipare ad attività come quelle organizzate dal gruppo di solidarietà col popolo siriano. Uno spazio in cui ognuno abbia la libertà di movimento necessaria per adattare il proprio impegno alla propria soggettività. Per me questa è stata la risposta. E se Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana esiste ancora è perché, nel passare degli anni, ciascun membro del gruppo ha avuto la possibilità di offrire il proprio contributo come poteva, rispettando il ritmo dei propri impegni privati, senza essere mai giudicato, perché anche la minima partecipazione è una ricchezza, non un’occasione per essere esaminato. Le scadenze ci saranno sempre, scadenze di esami, di tesi, di ricerca, di lavoro, di famiglia… ma trovare un equilibrio è possibile, un equilibrio tra le varie attività e un equilibrio interiore nell’affrontarle: vivere la partecipazione come una gioia, considerare il tempo, le energie e le competenze che vengono donati come una ricchezza per sé e per gli altri, e così dargli valore.

Cercare di accettare che la propria esistenza comoda e sicura debba andare avanti, anche se c’è un popolo martoriato da 5 anni, alla luce del sole. Non farsi schiacciare dall’orrore delle notizie, non lasciarsi sopraffare dalla sofferenza ma trasformare le bombe in oggetti artistici, come fa Akram Abo Alfoz, l’artista di Douma che “dipinge sulla morte”, decorando le armi con colori di fiducia e mostrando il volto dell’amore ai suoi bambini in Siria. Trovare un linguaggio proprio, per esprimere la solidarietà che si sente dentro ma che non si riesce a tirare fuori, confrontarlo con altri linguaggi, ascoltarsi e condividerli. Le notizie agghiaccianti possono gelare, immobilizzare l’io, ma avvicinandosi l’un l’altro, portando con sé i propri dubbi, si può tentare di sciogliere tutto quel ghiaccio e trasformarlo in fiumi di energia costruttiva. Non è un esercizio semplice; molto probabilmente domani questo stesso entusiasmo dovrà fare i conti con i ritmi serrati di sempre, ma so che la Siria che combatte, la Siria che ricordo e che ancora sogno mi accompagna comunque. Mi ha accompagnata nel mio ritorno a Napoli, quando l’esigenza di sgrovigliare il gomitolo che avevo tessuto mentre ero a Damasco mi ha avvicinata al gruppo, e quei fili si sono intrecciati ad altri fili persi come i miei; mi ha accompagnata dopo la laurea quando non sapevo cosa avrei fatto del mio futuro; mi ha accompagnata in Tunisia, in Marocco, tutte le volte che, anche dall’estero, mi sono chiesta “Cosa posso fare ora, da qui, per te?”, e darsi una risposta era sempre arduo! Ma ho imparato ad accettare quella difficoltà, a guardare, a volte da lontano, il gruppo che si modificava e cresceva, che si alimentava con energie nuove, ho accettato il fatto che in determinati momenti non riuscivo ad esserci come avrei voluto ma ho sempre potuto dire “ragazzi, io sono lontana ma se c’è qualcosa che posso fare ci sono”; mi sono nutrita del loro entusiasmo quando non potevo esserci fisicamente per trasmettere il mio. Un entusiasmo che rischia di annaspare ma che si rigenera tutte le volte che viene condiviso e magari può raggiungere qualcun’altro che, come me, ha sempre il cuore in ascolto di quelle voci che non smettono di gridare giustizia, e di cantare.

Vivere in Siria mi ha insegnato la vera gentilezza, parlare e guardare all’altro per vedere davvero quanta ricchezza possa celarsi dietro la storia di ognuno, ascoltare l’anima altrui e avere fiducia nel confronto. È un dono inestimabile che accompagna i miei passi in ogni nuova esperienza e che spero sempre di saper trasmettere, per preservarne la bellezza. La resistenza dei siriani liberi è un cammino da percorrere insieme, la loro quotidiana ricerca di sprazzi di felicità dovrebbe essere condivisa; i bambini di Aleppo lo fanno tuffandosi nel cratere di una bomba riempito d’acqua, come in una piscina. Sprigionano sorrisi in gesti naturali, in gesti di vita che sfida la distruzione. Stanno costruendo la strada per un nuovo futuro ed io non voglio perdermelo. Voglio esserci. Questa è la mia risposta.

Manifesto del Collettivo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana

Il popolo siriano sei tu e l’umanità è una. La mattanza in Siria è davanti ai nostri occhi. La loro lotta è la nostra, quello che si gioca in Siria è il futuro di tutti noi: non ti ricredere, le immagini che vediamo quotidianamente o ci fanno agire o sterilizzeranno la nostra sensibilità. Allo scontro di civiltà noi, studenti Unior pro Rivoluzione siriana, contrapponiamo l’Unione delle Culture che fluiscono attraverso il mar mediterraneo. Napoli è il territorio prediletto del movimento di solidarietà per la rivoluzione siriana perché questa città sa cos’è l’oppressione, la sopraffazione e l’intimidazione, le ha subite per secoli. Sono state proprio le giovani donne siriane a determinare la radicalità del desiderio di cambiamento. Dipende da noi. Possiamo continuare a vivere la nostra quotidianità illudendoci che questa sia eterna oppure svegliarci e capire che nemmeno la nostra società sarà immune al cambiamento.

Prendete il caso dei rifugiati, gente scappata di casa per via della repressione, dei bombardamenti, delle catastrofi climatiche o della fame. Arrivano qua da noi; rispecchiando la storia delle nostre emigrazioni, come noi lasciammo le nostre case e i nostri cari in cerca di un futuro prospero. Loro invece cercano di sopravvivere, aspirano alla libertà; e anche noi cerchiamo libertà, combattiamo perciò la stessa battaglia. Dopo 5 anni e mezzo di bombardamenti, repressione, tortura e assedi, il popolo siriano continua a lottare e a sperare, si rifiuta di tornare indietro e con la stessa determinazione dobbiamo sostenerli. Il dramma che vediamo quotidianamente è reale. Dobbiamo farci forza di questa consapevolezza e rompere anche noi la paralisi. Studenti Unior pro Rivoluzione siriana è un collettivo di studenti dell’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, nato nel 2012 a sostegno della lotta di liberazione del popolo siriano. Con la Siria oltre alla vicinanza geografica condividiamo una storia e una cultura comuni, quella del Mediterraneo. Inoltre nel popolo siriano riconosciamo le nostre stesse aspirazioni di libertà e giustizia.

In Siria dopo 40 anni di repressione il popolo è sceso in piazza per chiedere diritti che gli sono stati negati per tutti questi anni, operando così una rivoluzione. Il carattere della protesta popolare è democratico, trasversale e mira a ripensare in profondità l’assetto del paese. Nel marzo del 2011, sulla scia delle primavere arabe, i siriani riescono finalmente a spezzare le catene della loro oppressione. Dal colpo di Stato militare del novembre 1970, una stessa famiglia ha tenuto in ostaggio un intero paese. I numerosi casi di violazioni dei diritti umani, di assassinii politici, di repressione di massa sono stati tutti documentati, tuttavia la comunità internazionale è rimasta indifferente così come nel caso del popolo palestinese. Dopo poche settimane dall’inizio delle proteste di piazza in tutta la Siria, è stato stilato un manifesto politico da parte dei giovani rivoluzionari della regione del Houran, nel sud del paese. Questa scintilla di Dar’a ha unito il popolo siriano nel chiedere la caduta del regime, la propria autodeterminazione e giustizia sociale.

Manifestazioni pacifiche – repressione di Stato – resistenza armata

Tali rivendicazioni sono state espresse durante innumerevoli manifestazioni pacifiche, alle quali hanno partecipato tutte gli strati della società e le differenti comunità del paese. L’estrema violenza messa in campo dal regime per reprimere i manifestanti inermi ha spinto una parte della popolazione ad imbracciare le armi per difendere le loro aspirazioni. Il popolo siriano è stato abbandonato dalla comunità internazionale e dal movimento di solidarietà internazionale progressista; il vuoto di potere, creatosi con la disgregazione della struttura dello stato, è stato colto dalle potenze regionali ed internazionali come un’opportunità per stabilire e coltivare un progetto egemonico in un paese così importante come la Siria e non per sostenere le rivendicazioni rivoluzionarie.

In questa polveriera i movimenti estremisti hanno trovato terreno fertile, grazie anche al sostegno del regime e di potenze regionali e internazionali. Il popolo siriano rimane senza dubbio la prima vittima del terrorismo di stato e di quello oscurantista.

Dopo 5 anni dall’inizio delle manifestazioni, i siriani stremati dalla repressione del regime, dagli attacchi militari stranieri e fascisti, continuano comunque a tenere viva la rivoluzione e in questo loro intento noi vogliamo sostenerli.

Ispirandoci agli ideali espressi nel manifesto di Dar’a il collettivo si rifà ai seguenti principi: -La caduta del regime e lo scioglimento di tutti gli apparati repressivi. -Il diritto a scrivere la propria costituzione, tenendo presente le libertà politiche e associative -Le libertà individuali, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani. -Il processo a Bashar al-Asad e a chi ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità. -L’uscita dalla Siria di tutte le milizie straniere e la fine di tutte le ingerenze internazionali e regionali. -La difesa dell’unità territoriale del paese evitando frammentazioni e confessionalismi. -Il diritto all’autodifesa dei siriani.

Con la situazione di stallo internazionale la rivoluzione non è morta, anzi siamo convinti che l’onda rivoluzionaria si propagherà e si manifesterà in momenti inaspettati anche altrove nella regione.

Lanciamo dunque un appello a tutti gli studenti degli altri atenei italiani ad organizzarsi e a coordinarsi per sostenere la lotta di liberazione dei siriani. L’Italia ha una lunga tradizione di solidarietà attiva con il mondo arabo portata avanti con coraggio, basti pensare al caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani, o allo storico movimento di solidarietà con la Palestina.

Lo spirito gioioso, creativo e festoso della rivoluzione ha rappresentato il risveglio dell’anima di un popolo. Noi vogliamo trasmettere quest’esperienza e far sì che tutti si possano identificare con i siriani. Il nostro collettivo sostiene la rivoluzione attraverso attività culturali e sociali tese a coinvolgere il corpo studentesco e la cittadinanza con la causa siriana. Negli ultimi mesi abbiamo organizzato vari incontri, proiezioni cinematografiche e partecipato a manifestazioni di piazza. In futuro vorremmo coinvolgere maggiormente I numerosi ambienti napoletani sensibili alle tematiche di libertà, autorganizzazione, giustizia sociale e uguaglianza. Vogliamo creare uno spazio di dibattito serio e continuativo sulla rivoluzione siriana e sulla situazione Medio-Orientale, libero da schemi anacronistici e da argomentazioni pregiudiziali. Porteremo in città attivisti impegnati nella rivoluzione siriana e nel sostegno ad essa. Rifacendoci allo spirito della rivoluzione vogliamo anche noi mettere in campo tutta la nostra creatività e usare tutte le nostre risorse per diffondere questi valori.

Napoli, il 24 ottobre 2016

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