il lusso di rassegnarsi…

Il duro colpo che ha rappresentato, per la popolazione della Siria e per il movimento di solidarietà internazionale, il massiccio intervento aereo russo – nella migliore tradizione militarista sovietica – a fine settembre 2015, è dovuto a diversi fattori. Innanzitutto, ha ridato l’iniziativa bellica ad un regime estenuato, che aveva già necessitato dell’intervento di sostegno di Teheran nel corso del 2012 per cercare di fare fronte allo sgretolarsi della propria presa sul paese – spingendone più in là la (eventuale) sconfitta militare; ha dispiegato una nuova ferocia e operatività nel colpire le popolazioni civili inermi; ha permesso al regime (anche grazie all’invio di mercenari e di soldati russi) di portare a compimento gli assedi che erano stati posti ai due maggiori centri abitati della Siria fin dal 2012: Aleppo e Damasco (il primo cadrà a fine dicembre 2016, il secondo sarà definitivamente epurato a primavera 2018); ha dato una statura monolitica al regime che soltanto un appoggio come quello di Mosca avrebbe potuto garantire lui.

Per tanti versi perciò sembra gioco fatto. Non sono pochi gli attivisti che si sono disinteressati della questione ora che vere e proprie frontiere interne alla Siria sono state tracciate (il regime infatti non ha comunque avuto la capacità – fino ad ora almeno – di affermare la sua dominazione su più della metà del paese e la metà dei suoi cittadini) con una vera e propria capa di piombo calata sul destino del paese.

L’intento del presente intervento non è di relativizzare tutto ciò, nemmeno si intende sottolineare l’incertezza sul destino del sistema politico-militare della Russia di Putin come elemento per ridare speranza per il futuro del paese.

Il punto è un altro.

Quando tutti si sarebbero aspettato l’intervento dei caschi blu dell’ONU, oppure un’altra forza neutrale d’interposizione, è intervenuto militarmente uno dei cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Non per alleviare la sofferenza della popolazione, come preconizzano i trattati internazionali fondamenta delle Nazioni Unite, bensì il contrario: aggravare la distruzione e il massacro della popolazione – il tutto sotto gli occhi delle agenzie stesse dell’ONU.

Sembra questo alto tradimento dei valori dell’Umanità a rendere così cupa la situazione attuale per gli attivisti fuori la Siria.

Il motivo giuridico invocato – oltre il cinismo degli altre superpotenze internazionali che non hanno reagito – è che il regime siriano ha richiesto ufficialmente tale sostegno alla Russia. Che questo motivo abbia un valore sufficiente a giustificare in sede ufficiale – al di là del gioco delle parti davanti alle telecamere – il perdurare e l’amplificarsi del genocidio in Siria dovrebbe interrogare profondamente tutti coloro che, in un dato momento, si sono interessati del popolo siriano.

Prevale in ambito internazionale cioè la “ragione territoriale” sulla “ragione umanitaria” – per quanto avvenga in un dato paese. Se un governo/un regime ha sostegni internazionali abbastanza solidi può permettersi di fare quello che vuole all’interno delle proprie frontiere. La clausola dell’interferenza umanitaria votata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2005 in effetti conferma la centralità del concetto dell’attore statale monopolistico all’interno delle proprie frontiere, salvo quando consente a rinunciare ad una parte di tale monopolio (attraverso la firma del trattato di Roma sul tribunale internazionale ad esempio).

Perciò è assolutamente legittimo sentirsi, in quanto attivista solidale con il popolo siriano, spossessata/o dal proprio protagonismo. E’ il meccanismo di auto-riconoscimento tra Stati, come esclusivi attori legittimi, a marginalizzare la partecipazione popolare su temi internazionali che avvengono sul territorio di un dato Stato – come nel caso della Siria.

Detto ciò, forse si tratta proprio là di un invito a continuare ad impegnarsi attivamente a fianco dei siriani che non rinunciano a lottare per la libertà in Siria: si tratta di sdoganare la questione siriana e di mettere in evidenza che il genocidio si è potuto consumare soltanto grazie alla mancanza di meccanismi partecipativi internazionali fuori dal gioco tra gli Stati.

Il tecnicismo che ha permesso alla Russia di Putin di continuare quello che Asad aveva iniziato, dovrebbe essere il motivo per un rinnovato attivismo politico di tutte e tutti. Non solo per denunciare la politica guerrafondaia di Mosca, bensì per mettere in evidenza le regole internazionali che consentono lui di farla da nuovo padrone.

Le contraddizioni delle istituzioni politiche internazionali e le loro conseguenze devastanti sono più chiare che mai, ciò dovrebbe essere una ragione supplementare per unirsi ai siriani in lotta. Cioè: la rivoluzione siriana vive in tutti noi dal momento che rifiutiamo di piegarsi alle prerogative degli accordi tra Stati quando è in bilico la nostra Umanità.

Le telecamere si sono provvisoriamente spente sul massacro in Siria, gli eroi mediatici si stano dedicando ad altro, intanto la sete di giustizia per una pace duratura si affina.

nel Golfo, 12 giugno 2018,

Johannes ST Waardenburg

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