QUESTION TIME & APPROFONDIMENTI

Quando

IL COLLETTIVO

STUDENTI UNIOR PRO RIVOLUZIONE SIRIANA

SI APRE ALLA COLLETTIVITÀ

Chi ha seguito la prima tappa della trasferta del Presidente del Consiglio Renzi nelle cancellerie occidentali (metà ottobre 2016) avrà colto un elemento di rilievo per tutti noi:

l’Italia vestirà sempre di più il ruolo di Perno per gli equilibri Mediterranei e Meridionali – è stato “eletto” a questo compito infatti dal Presidente statunitense uscente Obama, che sta preparando il passaggio di consegna alla Clinton, pro-israeliana per eccellenza. Tutto ciò avviene in un contesto di fragilità dell’UE senza precedenti, con il fuoriuscita della Gran-Bretagna e la crisi economica endemica che favorisce riflessi totalitari e xenofobi.

Detto tra noi, anche la Polonia è diventata sempre di più un partner di rilievo per gli USA – più per una questione territoriale che sistemica in quel caso. Con la benedizione della – solita – Chiesa Universale (cattolica) di Roma.

C’è chi scappa dall’Italia per causa delle mille difficoltà e della mancanza di lavoro stabile. E c’è chi userà l’Italia come regia diplomatica-commerciale-militare per regnare.

Come ben sappiamo però, l’Italia è furbetta e attua una politica dei contrasti favorendo tanti attori contendenti nella regione Medio-Orientale: Iran, Israele, Russia.. A parte ospitare basi Nato sul proprio suolo.

Noi italiani siamo, che facciamo?

Sembra che davanti a noi ci siano serie perturbazioni in arrivo. Per di più, sono sempre attivi i pro-Asad, pro-Ruhani e pro-Putin che cercheranno di imporre concettualmente – con la prevaricazione e la violenza fisica – le dittature militari. Come sedicenti alternative alla Nato.

Bel menu in prospettiva insomma! Indigestione garantita.

E se noi di Studenti Unior pro-Rivoluzione siriana invece continuassimo semplicemente per la stessa strada che percorriamo da 5 anni: coniugare emancipazione delle popolazioni “lontane” con l’emancipazione in Europa – Italia compresa? Una visione quasi poetica..

Se sono rose fioriranno

Napoli, 19 ottobre 2016

 

1. Question time 23/10/2016

 

(Nell’ambito di una presentazione che ha ripercorso le diverse fasi della Rivoluzione e della repressione di Stato in Siria dal 2011:)

Perché usiamo il termine Rivoluzione: è quello che caratterizza meglio il protagonismo storico della popolazione civile siriana che dal mese di marzo 2011 sta cercando di reinventare la propria società, il proprio paese, le proprie comunità – rifacendosi ai valori universali di Libertà, Autodeterminazione e Giustizia Sociale. Siamo solidali con questa lotta di liberazione ideale, in quanto ci riconosciamo in quei valori, in quella società umana e perché siamo esterrefatti dalla repressione di Stato (internazionale) messa in campo!

La Rivoluzione siriana ha creato un nuovo mondo della solidarietà (internazionale), dell’aiuto alle popolazioni, della denuncia pubblica, della cogestione, dell’autodifesa, dei media, del giornalismo, dell’economia, di scambio tra i territori, di inclusione, di partecipazione, di protagonismo pubblico delle donne, di diffusione regionale – che messe insieme si colgono meglio attraverso l’Arte liberata. Sono stati accantonati per sempre la paura del prossimo e il terrore di Stato, che erano endemiche sotto al regime, per questo anche definito “Stato mafioso”.

Precisione: quello che è avvenuto in Siria nei territori “liberati” dal regime – parliamo, a periodi, di più di 70% del territorio nazionale – è opportuno distinguerlo tra autorganizzazione genuina e gestione a distanza da parte di attori internazionali o regionali non-rivoluzionari. Anche dopo aver estirpato il regime dalle proprie città, il popolo siriano infatti si è ritrovato a dover fronteggiare spesso un nuovo nemico che ha voluto condizionare con una violenza repressiva di vecchio stile l’autodeterminazione in corso. Il caso emblematico e più conosciuto è quello del’ISIS (Islamic State of Iraq and the Sham, anche chiamato ISIL o Daesh).

Per una aggiornata cartina che mostri l’attuale spartizione dei territori siriani si può consultare ad esempio: http://syriancivilwarmap.com/

 

In seguito sono sorte le seguenti domande:

 

-“Sham” è un altro modo per dire “Siria”? Da dove viene questo nome?

Il termine “sham” ha un senso etimologico che indica “a sinistra”. Viene utilizzato per indicare i territori a sinistra quando uno sta nelle città sante di Medina e Mecca e guarda ad est. Ricopre dunque tutti quei territori che stano dalla Giordania-Palestina a salire. E’ un termine geografico molto vasto che è diventato però sinonimo di Damasco considerato che è la città centrale in tutta questo vasto territorio.

Da chi era formato il partito di Bath nel 1963? Quali erano i suoi ideali? Perchè instaurò lo stato di emergenza?

Il partito Ba’th è un partito nazionalista arabo che voleva implementare politiche socialiste che rispettassero però l’assetto culturale musulmano. Nasce alla fine degli anni ’40 e avrà sezioni distaccate nei vari paesi arabi. Non riconosce queste divisioni territoriali del vasto mondo arabo, e spera in una riunificazione sotto una unica veste. Però i principi di base vengono abbandonati nel corso degli anni e quando i militari prendono il potere in Siria nel 1963, dicono di appartenere al Ba’th ma in effetti pensano in primo luogo a consolidare il potere nelle mani dell’esercito. Attueranno alcune riforme strategiche come quella agraria ad esempio per garantirsi una base sociale ampia. Perciò venne instaurato lo Stato di emergenza, perché questo consente loro di reprimere chiunque la pensa in un altro modo. E’ l’inizio dunque di una dittatura militare.

Era corretto parlare di guerra civile siriana nel 2012?

Una definizione di guerra civile ha i suoi parametri. L’abbiamo voluto sottolineare per evitare di mettere tutti sullo stesso piatto della bilancia. Spesso quando si parla di “guerra civile” si pensa che tutti danno addosso a tutti: che tutti sono cattivi e violenti insomma. Invece nel caso siriano non è così perché c’è di mezzo una popolazione che non ha mai voluto un conflitto armato: è il regime che gliel’ha imposto.

Cosa implicò l’accordo tra Russia, regime siriano e USA nel 2013?

L’accordo del settembre 2013 tra regime, Russia e USA implicava lo smaltimento di tutto l’arsenale chimico del regime in acque internazionali su delle navi affrettate specialmente a tale scopo. Venne anche imposto alla Siria di sottoscrivere gli accordi internazionali per bandire l’uso delle arme chimiche. In compenso gli USA chiusero un occhio sulla riconquista territoriale dell’arteria autostradale sud-nord che avrebbe permesso al regime di portare le arme chimiche dalla capitale Damasco – dove erano in gran parte conservati – fino al porto Mediterraneo di Latakia. In seguito il regime ha usato le bombe a cloro che non rientrano in quei accordi e che comunque bruciano orribilmente la pelle delle vittime.

Chi sono gli Hizbullah libanesi?

Hizbullah” sta per “partito di Dio” può essere definito come un partito paramilitare sciita. E’ nato nel 1982 ed il suo centro è in Libano. Gli Hizbullah sono attivi militarmente in Siria a fianco del regime, sostenuti entrambi dall’Iran. Il rapporto con la Palestina è complicato, essendo che operano innanzitutto per volere di Teheran, che ufficialmente vuole male ad Israele ma che è interessato innanzitutto alla propria egemonia regionale. Ad esempio, Hizbullah e l’Iran hanno sostenuto la repressione dei Palestinesi che abitano in Siria (dal 1948 esiliati come conseguenza della creazione dello Stato d’Israele: vivono in campi profughi che sono diventate delle vere e proprie città con il passare dei decenni). Questa repressione è voluta apertamente dal regime dal 2011, il caso più noto è la distruzione dell’intero rione di Yarmouk (chiamata anche “la piccola Palestina”), non lontano dal centro storico di Damasco.

Che cos’è il governo al-Maliki

Nùri al-Maliki è un politico sciita iracheno che ha dominato la scena politica per quasi dieci anni dopo l’invasione dell’Iraq. Prima ha collaborato con gli Americani e poi con l’Iran. E’ stato dunque l’anello di congiunzione tra le due dominazioni del dopo-Saddam Hussein in Iraq, quella statunitense prima e quella iraniana dopo.

Perché l’Iran aveva l’embargo? E perché le potenze occidentali volevano trovare un accordo col governo iraniano?

L’embargo all’Iran fu istituito perché si temeva che avesse un programma di armi nucleari. Invece non era così, dunque hanno cominciato a togliere alcune restrizioni piano piano.

Per cosa stanno le sigle SAA e SDF?

Syrian Arab Army, le forze armate nazionali. Quello che ne è rimasto combatte in campo lealista a difesa del regime. Syrian Democratic Forces, alleanza di milizie organizzate dagli USA, che combattono contro Daesh nell’nord-est della Siria – di cui la componente principale sono le forze curde del YPG. L’ SDF non è frutto del processo rivoluzionario come lo può essere invece il Free Syrian Army (FSA); gli SDF cercano di conquistare un proprio territorio e non di liberare tutta la Siria dal regime degli al-Asad.

Che rapporto c’è tra popolazione curda e popolazione siriana? Cioè, stanno dalla stessa parte o si portano rancori di qualche genere?

Non c’è un rapporto predefinito tra arabi e curdi. Il moto della Rivoluzione è: il popolo siriano è tutt’uno! Le tensioni che possono sussistere sono dovute a discriminazioni passate nei confronti dei curdi, ma soprattutto a causa del gioco sporco delle potenze regionali che cercano di mettere gli uni contro gli altri in modo che nessuno di loro faccia davvero peso. E’ vero comunque che i curdi, popolo di fieri guerrieri, hanno sofferto di una forte discriminazione e repressione in tutta la regione attraverso il 900; vanno dunque riconosciute loro i loro diritti sociali, culturali e politici propri. Però questo all’interno di una società inclusiva, che non esclude i non-curdi (esiste anche la popolazione dei Circassi ad esempio) e che cerchi addirittura di risaldare i contatti territoriali (sociali e economici) pre-spartizione coloniale. Questo il nostro auspicio.

Dopo l’abbattimento del jet russo da parte della Turchia e la conseguente rottura dei rapporti tra i due paesi, che hanno significato i nuovi accordi di pace di questa estate (2016) che Putin e Erdogan hanno stipulato?

A tanti questo riavvicinamento tra Turchia e Russia è rimasto difficile da capire. Il motivo va cercato nel vero pericolo per Erdogan del colpo di Stato fallito di metà luglio. Infatti, sono andati molto vicini a rovesciarlo. L’Occidente è rimasto estremamente ambiguo in merito, quasi complice dei golpisti. Per reazione Erdogan si è girato dall’altro lato, verso chi aveva invece con molto pragmatismo criticato il tentato golpe, a cominciare proprio dalla Russia che nell’ultimo anno aveva acquisito un nuovo ruolo significativo in Siria. Erdogan non ha abbandonato del tutto il campo della Rivoluzione, però ora sta giocando su tantissimi fronti cercando di ricreare l’influenza regionale che aveva l’Impero Ottomano. I nemici forti (!) non sono mai nemici per sempre ai suoi occhi, possono anche diventare alleati per altre cose. Tutti sanno comunque della forza regionale che la Turchia ora rappresenta, per questo tutti gli attori regionali vogliono stringere accordi con Ankara.

Ho sentito dire che il tentato colpo di stato è stata tutta una messinscena per rafforzare in realtà il potere di Erdogan… E’ vero?

So che è girata questa voce, ma io non ci credo. Per un semplice motivo: la portata della distruzione nella capitale Ankara con il Parlamento ripetutamente bombardato dal cielo. Non ha dato l’immagine di un Erdogan forte quello. Il vero protagonista della piazza è stata la popolazione civile turca che si è opposta ai carri armati. Poi Erdogan è stato bravo a cavalcare questa riscossa popolare contro i militari.

C’è anche da dire però che considerato che l’Occidente al momento del fatto è stato passivo, Erdogan non ha di certo deciso una politica favorevole agli ideali occidentali, visti i provvedimenti incivili che ha preso contro la popolazione e i militari in particolare.

Erdogan è un dittatore in pectore. Salvo che la Costituzione turca non gli dà nessun potere. Deve fare tutto sotto banco perché la Presidenza è solo un incarico cerimoniale.

Non ho ben capito il ruolo di Usa. Cioè questo intervento falso (perché inefficace) degli Usa ha solo uno scopo di leadership o cosa ci guadagnano a continuare a non fare niente di reale??

Gli USA temporeggiano, lo fanno in primo luogo perché non vogliono la caduta del regime con cui hanno collaborato almeno dalla guerra per liberare il Kuwait nel 1991 fino al 2013-2014. Stanno comunque in prima fila per garantire gli interessi d’Israele che non può assistere a tutte le riunioni internazionali – malgrado sia l’attore principale di tutta la partita. Hai assolutamente ragione a sottolineare la contraddizione tra il protagonismo continuo degli USA e l’intento reale di cambiare il meno possibile la Siria, e dunque la regione. Fanno i pompieri in un certo senso a tutela del loro alleato principale nella regione. Ora questo non sta funzionando perché l’equilibrio regionale è troppo instabile e molti attori vogliono strappare territori in Siria – approfittando dall’incapacità materiale dei ribelli a difendersi in piena autonomia. Tutti nella regione hanno comunque smascherato il ruolo falso degli USA, di Kerry e Obama, però sui nostri media questa vera notizia ancora non è arrivata.. I rappresentanti degli insorti comunque dicono ufficialmente che non si fidano più di Washington.

2. CONFRONTO IN SEGUITO ALL’INCONTRO ALLA PARROCCHIA DELL’IMMACOLATA 3/11/2016

è emersa poi la consapevolezza della presenza più o meno evidente di forze esterne che agiscono nel paese, e questo secondo loro (gli organizzatori parrochiali) sarebbe uno dei problemi fondamentali che portano purtroppo all’allungamento del conflitto interno.

Una cosa da chiarire, invece, sarebbe la faccenda delle “milizie moderate” a cui si riferiva il frate.

Moderatore: Cari, riprendo solo ora lo spunto delle milizie esterne perché ieri sera ho dovuto staccare. La milizia estera più diffusa sul territorio siriano sono gli Hizbullah. Si tratta, ahimè, di un vero e proprio esercito di occupazione, oramai. Poi in contrapposizione ad essa ci sono fazioni che hanno integrato combattenti esteri volontari, o mercenari – a seconda del fatto che lo facciano o meno per soldi.

Ovviamente quelli che sostengono il regime (i lealisti), ti parlano solo di chi è venuto dall’estero a combattere Asad, non ti dicono niente di chi ha salvato militarmente quello che ancora si poteva “salvare” del regime: Provincia di Damasco, la zona costiera, Aleppo ovest e il corridoio unico chi ti unisce queste enclavi.

Fortunatamente, noi abbiamo sempre sostenuto la partecipazione trasversale e democratica della sollevazione di popolo contro gli al-Asad. Abbiamo sempre sostenuto che il motore dietro alla guerra in corso fosse il regime barbarico e non una popolazione che è stata costretta all’autodifesa. Teniamo dunque sempre presente la proporzionalità quando si parla della violenza oggi messa in campo.

3. APPROFONDIMENTO INTERNO DEL 7/11/2016

M.: Homs e Hama sono sotto il controllo del regime?

Nello specifico di queste due città cosa è successo alle persone una volta che le città sono passate sotto il controllo del regime? Sono fuggite o qualcuno è riuscito a restare senza subire conseguenze?

Moderatore: Entrambe le città hanno conosciuto delle manifestazioni imponenti all’inizio della rivoluzione (primavera 2011). Hama, a maggioranza sunnita, aveva conosciuto nel lontano febbbraio 1982 una sollevazione militare che fu sconfitta, con la stessa ferocia messa in atto ora ad Aleppo. Il centro storico fu distrutto in quell’occasione. Dunque la popolazione non prese le armi questa volta. Il fronte sta pero a poco più di 20 chilometri più a nord. La città sta dunque in prima linea.

Inoltre, Hama, che è centrale al paese, è l’unico nodo di comunicazione terrestre per il regime con Aleppo. Dovesse cadere Hama, Aleppo è persa per il regime. C’è stata una battaglia poco a nord di Hama l’ultimo mese ma è stata respinta dal regime; dunque per il momento in quel determinato territorio è salvo. I russi usano Hama come la loro base operativa, la costa serve loro invece per gli approvvigionamenti e le basi aeree.

Homs è stata distrutta invece. Si sollevo’ in massa e prese anche le armi. Venne definita la capitale della Rivoluzione perché partecipavano tutte le comunità, compresi gli alawiti. Era una città multietnica, come Aleppo, ed era una città allegra.

M.: E le persone che ora vivono a Homs è possibile che siano magari originarie di Homs? Cioè intendo se gli abitanti di Homs si sono sollevati che fine hanno fatto dopo che la città è stata ripresa? Sono rimasti? Sono fuggiti per paura di ritorsioni? Vista la politica di Bashar :”o il regime o la morte”.

Mod.: Gran parte degli abitanti di Homs è scappata, principalmente in Libano per altro. Oggi la città è una città fantasma e uno dei film del cineforum parlava proprio di ciò. C’è un progetto speculativo di palazzinari voluto dagli iraniani e dal regime per ripopolare Homs con soltanto lealisti. Pero non ci sono fondi e hanno ancora la guerra in corso. Ci sono quartieri nuovi a maggioranza alawita o cristiana che sono stati risparmiati, come a Damasco e Aleppo. Però nel caso di Homs la gente che ci abita non vive molto serenamente, considerato che Daesh sta alle porte e occupa di tanto in tanto i campi di gas poco distanti. Senza parlare ovviamente delle cittadine poco distanti assediate dai lealisti e regolarmente bombardate! La vera sfida per il regime in tutti i territori che “ancora” controlla è il dopo-repressione di massa. Il regime non ha la capacità di ricostruire nulla, dipende in tutto e del tutto da iraniani, russi e Onu.

M.: A proposito ho visto una bella intervista ad un architetta Aleppina

https://www.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.ted.com%2Ftalks%2Fmarwa_al_sabouni_how_syria_s_architecture_laid_the_foundation_for_brutal_war%3Flanguage%3Den&h=fAQGaboWw

Mod.: Notevole! Una giovane donna siriana che come una leonessa vuole essere protagonista della ricostruzione della sua città. Ve la dice lunga sulla carica di questo popolo. Chiaramente è interessata comunque, e poi dubito della tangibilità della sua proposta se rimane al potere la macchina di guerra che continua a distruggere il paese. Senza giustizia non ci sarà mai pace duratura.

L’importanza dell’urbanistica (quello che lei definisce “architecture”) è pertinente. C’è anche una critica esplicita alla politica dei decenni precedenti in Siria, cosa non da poco farlo pubblicamente.

M.: se ci si mettono i palazzinari russi e iraniani non penso si realizzerà un centesimo di quello che propone purtroppo! Lei comunque critica anche una certa politica francese colonialista che non ha compreso la società araba (in Siria come in altri posti) e ha imposto un modello europeo di convivenza, ghettizzando le comunità e spaccandole. Quindi dice che il problema era ancor prima degli Assad.

Mod.: Da qua a dire che l’urbanistica è stato il motore della “guerra civile” ce ne vuole, mi sembra più un rivelatore di tensioni più profonde nella società, legate all’oppressione.

Poi, la questione dei francesi è, secondo me, un occhiolino al regime invece. Per dire il vero, il loro intervento urbanistico è stato lieve, rispetto a quello degli ottomani, ad esempio, che hanno costruito interi quartieri per accomodare i pellegrini che andavano verso la Mecca.

M.: Io non sono esperta, però ho fatto il collegamento con la storia del libano, quindi ho pensato che un certo approccio politico loro potessero effettivamente averlo avuto anche da un punto di vista pratico nell’urbanistica.

Mod.: I francesi sono rimasti molto di più in Libano, infatti. Qualcosa hanno fatto, però a Damasco; nelle altre città immagino che sia stato più il periodo del dopo-indipendenza ad aver influenzato davvero l’urbanistica. La costruzione dei campi Palestinesi, ad esempio.

E poi c’è un elemento chiave che qualunque architetto conosce: i materiali. Il cemento in Siria è stato introdotto massicciamente dai sovietici, non dai francesi. Però di ciò l’interessata non parla, forse perché Mosca è tornata prepotentemente.. Sarebbe da approfondire la questione senza dubbio comunque.

Interessati al nostro lavoro? O avete commenti o critiche da fare, prendete contatto:

fb: Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana

email: lasirianonesola@yahoo.it

الثورة السورية بحاجة الينا

لا أحد يشك بأن النظام القديم في سوريا قد انتهى. مايجهله الجميع هو كيف سيكون مستقبل البلد. والأهم بالنسبة لنا كنشطاء عالميين أولا وأخيراً هو التحديد الواضح للإطار الذي يمكن للسوريين من خلاله أن يتابعوا كفاحهم من أجل الحرية والمساواة والعدالة الاجتماعية.

هل الثورة السورية ثورة وطنية؟

وسط مجموعة التساؤلات التي تحيط بالوضع السوري يأتي السؤال الذي يحاول بعض السوريين رفضه ببساطة وهو: هل مستقبل السوريين يقع داخل الحدود الحالية للجمهورية العربية السورية؟ في الحقيقة لسنا الوحيدين الذين يتساءلون فيما إذا كانت سوريا بأسرها كأقليم او دولة اممية بالاضافة لما حملته من مقومات اقتصادية قبل الحرب يمكن أن تعطي اي تصور حل لمستقبل البلد. البرجوازيةالوطنية التي مرت بمراحل مختلفة من الإنتقال و منافسة داخلية قاسيةتتساءل بالتأكيد السؤال نفسه !في الواقع لقد وافقوا مسبقاً بأن ذلك لن يكون فسوريا ليستبالبنية القومية التي يمكن لها أن تنظم حياة أبنائها.

لكي نكون دقيقين فالمسألة لم تُرى ابدا بمنظور سياسي و اقتصادي لوقت طويل جدا. فنحن نعلم بأن دكتاتورية الأسد تاريخيا قد بنت قوتها بالإعتماد على تنازلات أبرمتها مع لاعبين دوليين كبار في المنطقة : إسرائيل و فرنسا والولايات المتحدة الأمريكية. على سبيل المثال معاهدة الطائف عام 1989 التي ضمنت السيطرة السورية الدائمة على لبنان فعليا، وكان هدفها التصدي للإمتداد العراقي المتزايد. وبدورهم سمح شركاء دوليون متعددون لنظام الأسد بقمع أي شكل من أشكال المعارضة داخل كل من الجيش و البلد وحتى المنطقة باسرها ( محاربة الفلسطينيين واالقوات اللبنانية التقدمية وحزب البعث العراقي الأكثر غنى).

لو قام أي شخص بمحاولة إسقاط نظام الأسد السوري لأدى ذلك بالتأكيد إلى رد فعل عالمي لإبقائه في السلطة. وهذا بالضبط مانشاهده منذ أذار 2011.أبعد من ذلك، فان وحدة الأراضي السورية انتزعت مرتين خلال حكم هذه العائلة ففي حزيران 1967 سحب حافظ الأسد قواته من قمم الجولان المحصنة. وفي كانون الأول 2004 وافق ابنه بشار الأسد على ضم الأتراك لمقاطعة انطاكية (المحتلة من قبل انقرة منذ عام 1938).

لقد ألغى كل من الأسد الإبن والأسد الأب مستقبل سوريا مؤسساتياً واستنزفوا اقتصادها وقيدوا سكانها. كل ذلك فقط من أجل مصالحهم الخاصة.

في عام 2011 قام السوريون بكسر قيودهم وقد كلف ذلك الكثير فقد دُمرت الكثير من مدنهم وموروثاتهم الحضارية. وهم يعيشون الآن كلاجئين بالملايين وذلك لأن عدوهم ليس فقط ديكتاتورية وطنية بل وأيضا نظام عالمي من القهر والقمع . النظام الإيراني والتساريون الروس الجدد تصدروا بالمقدمة مع إسرائيل في الحملات العسكرية لمنع الاجهزة السورية من الإنهيار. و من الواضح أن ذلك الإستخدام المفرط للقوة لم يكن ليحدث دون موافقة أمريكية.

هز النظام العالمي والكشف عن طبيعة القمع الحقيقية للمؤسسات العالمية

لذلك ليس خطيراً أن نقول أن العملية الثورية التي بدأها السوريون سرعان ماأحدثت موجات صدمة عالمية. وذلك ليس بسبب تداعيات اقتصادية والتي كانت ستعكس رؤية تقليدية عن انتشار العملية الثوريةبل لانهاعلى وجه التحديد قد اضعفت النظام المؤسساتي العالمي المعتمد بشكل كبير على نظام الأسد لابعاد الثورات في المشرق العربي وهو منطقة استراتيجية كثيرة التقلبات. وأيضاً أدت الثورة السورية إلى تبديد الشرعية الأخلاقية للأمم المتحدة.وهنا يقع على عاتق النشطاء العالميين الحقيقين ومنظماتهم توسيع نفوذها في هذا المشهد العالمي المؤسساتي المليء بالخراب.

غالباً فإن السوريون أنفسهم غير مدركين للتضمنات العميقة المترتبة على مطالبهم الأساسية بالحرية والعدالة بالنسبة للنظام العالمي. على الرغم من أنهم يعلمون تماماً أن النظام العالمي ضدهم. وأكثر من ذلك فهم فقدوا أيضا كل الآمال بدعم عربي أو إسلامي على سبيل المثال يمكن أن يساعدهم في الخلاص من محنتهم الفظيعة .

على الرغم من كل ذلك ومن خلال حفاظهم على استمرارية جوهر نضالهم كان السوريون الشجعان قادرين على الإتحاد مع المجتمعات الثورية الأخرى بالمنطقة وبدؤوا بهدم الحدود المصطنعة التي رسختها القوى الاستعمارية الأوروبية في الشرق الأوسط منذ مايقارب مائة عام مضت. على سبيل المثال، قام الكثير من السوريين بالمغترب بالمشاركة في العملية الثورية في مصر حتى طرد الجنرال عبد الفتاح السيسي في تموز 2013 الحكومة المحافظة لمحمد مرسي. والسوريون موجودون الآن في اليونان جنباً الى جنب مع السكان المحليين المقيدين من قبل المؤسسات المالية العالمية. وأخيراً فلقد خلقوا أملا جديدا للفلسطينيين بأن الحرية ستتحقق للجميع. على انه والحق يقال ولسوء الحظ فيما يخص عند اشعال الحركة الاجتماعية الواسعة التي صدمت تركيا في أيارأب 2013 (التي تمركزت في اجتجاجات جيزي بارك) كان لمؤيدي أجندة نظام الأسد السياسية اليد الطائلة بالعلاقات الأجنبية كما حدث ضمن

الثورة السورية بالخارج, أو كيف نميز بين النشطاء العالميين الحقيقين و المتعصبين.

دعم الثورة السورية كنشطاء عالميين يعني العمل على الأقل على أربع مستويات: بشكل عملي من خلال مساعدة المتشردين والثوار على الأرض و توسيع رقعة النضال جغرافياً وسياسياً وذلك بالعمل على تمكين السوريين من التوحد مع السكان الآخرين والطبقات الإجتماعية الأخرى لبناء المستقبل الذي يريدونه لبلدهم. التنديد بالنظام العالمي المؤسساتي الحالي الموافق على الإبادة الجماعية التي تحدث الآن في سوريا. وأخيرا احتضان الثوار السوريين الحقيقيين الذين لا يتماشون مع استراتيجية التسوية الرسمية المقترحة من قبل مبعوثين تم تعيينهم من قبل الغرب للتحدث في الخارج بإسم الثورة.

ومع ذلك فلا بد من الإعتراف بأن الروح المعنوية للشباب السوري الذي كان في طليعة العملية الثورية داخل سوريا قد انخفضت بشكل كبير نتيجة للانعدام التامللدعم السياسي والعسكري بهدف إسقاط النظام.منذ الأشهر الأولى وحتى صيف 2013 كان هناك اعتقاد راسخ عند السوريون بأنه كما في ليبيا فإن المجتمع الدولي لن يسمح بسحق ثورة ديمقراطية. هذا هو المعروف بغض النظر عن حقيقة أجندة القوى الإمبريالية الغربية. على العكس تماماً فلم يتم حتى منع النظام وحلفائه منعا حقيقيا من استخدام وسائلهم العسكرية لتخريب البلد وسحق الشعب السوري!واذا كان هناك عدد معين من الشباب السوري قد انتسب لداعش و هي القوة المضادة للثورة فذلك إنما بسبب أولا وبشكل أساسي عدم معاقبة النظام على استخدام الهجوم الكيماوي الذي شنه على مناظق مجاورة لدمشق آب 2013.

الإتجاهات المضادة للثورة

بالاضافة الى ذلك فإن هناك عدداً لابأس به من السوريين المغتربين من الجيل القديم الداعمين للثورة بهدف توسيع نفوذهم الشخصي والقبلي فقط يقلقهم قلقا شديدا الحكم الذاتي وحرية التصرف للجيل الجديد وخاصة المرأة ويحاولون لهذا السبب فرض أشكال جديدة من الرقابة الإجتماعية على الباعثين الحقيقيين على التغيير. بعد كل شيء فإن الثوار ومنذ عام 2011 يبدون بشكل واضح غير متحمسين للتماشي مع مثل هذه ممارسات قمعية جديدة مما أدى إلى استمرار التوتر الفعلي داخل الجاليات السورية الحرة في المنفى.

وأسوأ من ذلك فإن هؤلاء البطاركة القدماءالجدد يرفضون حق الشعب السوري في تقرير مصيره واقامة نظام تديره الطبقة العاملة! إن الانعدام التام لوجود بيان سياسي ثوري يمثلهم في حين تتوفر لديهم الخبرة والفهم لتشكيل هذهالمقترحات لفترة مابعد الأسدهو دليل واضح على ذلك. هذا لايظهر شيئا غير الابتزاز الذي يخططون له. لذلك علينا ان ننتبه الى أن الاقتراحات المختلفة لفترة انتقالية بعيدة عن النظام الحالي وتناشد بناء سوريا ديمقراطية والتي قد تجذب انتباه وسائل الإعلام أيضا فعلينا فهمها في هذا الضوء. ولابد لنا لهذا السبب من انكارها مباشرة باعتبارها خيانة لقيم الثورة. في الواقع هذه الخطط لاتمثل الاالسيناريوهات المحتملة التي يريد تطبيقها كل من إسرائيل والغرب.

أخيرا هناك خطر حقيقي يواجه النشطاء السوريين المغتربين الذين يعيشون الآن في البلدان الأوروبية الغنية فهم يواجهون خطر فقدان الخطوة الأساسية قد تكون حاسمة في نجاح عمليتهم الثورية. فهؤلاء المغتربون في الواقعيستطيعون ان يلعبوا دوراً عظيما لا سابق له في تقرير مستقبل سوريا والشرق الأوسط. كلنا يعلم أن الغرب مع المؤسسات العالمية التي شكلها بنفسه يريد أن يجدد شرعية الأجهزة الأمنية للنظام الحالي. فقد حاولوا مراراً وتكراراً أن يضحوابالوجه السياسي للنظام لكي يحققوا هذا الهدف. الدراما الإعلامية تفوقت على تسجيلات داعش للاعدامات بغية تمهيد الطريق. بالإضافة الى أن كاملالعرض الدبلوماسي الشامل الذي يتكرر في جنيف يهدف الى اقناع الجمهور الغربي بان هذا هو الحل الوحيد . لذلك و الى حد كبيرفإن مستقبل العملية الثورية في سوريا سيُقرره الغربيون الذين سيكونون بالمقابل قادرين على ان يأخذوا المؤسسات العالميةعلى محمل الجد ويقبلوا تحدياتها.لذلك علينا ان نبدأ بانكارالتركيزالاعلامي المستمر على داعش.

لا حوار مع الظالمين !

مايزال بعض النشطاء السوريون مفتقدين لفهم كيفية تشكيل ثورة حقيقية نحو الاشتراكية. ماخبروه هو انتفاضة عارمة هدفها الديمقراطية والعدالة الاجتماعية. ونظراً لفشل الإنتفاضة العسكرية صاروا يميلون الى إعادة التواصل معالمعارف المؤيدة للأسد وينسون أن الغرب الان بحاجة ماسة الينا للتأكيد بالحاح وعلى العلن أن نظام الأسد هو أصل كل هذه الشر! يفكرون بسذاجة في كيفية تحقيق السلام في سوريابما فيه مصافحة مؤيدي الأسد وهم مايزالون في السلطةمن أجل سورية شاملة لكل مواطنيها. يرون بأن هناك الكثير من القوى العالمية لن تسمح لثورتهم بالنجاح لما تتضمن من خطر شديد على مصالحهموبسبب قلة خبرتهم فهم يعتقدون أنه عليهم ان يقبضوا على أقصى مايستطيعون. لقد تخلى الجميع تقريبا عن الشعب السوري بشكل فعلي. في رأي العديد من السوريينالآن أن المجتمع الدولي سيدعم الأسد ويبقيه في الحكم، يفهمون أن المشكلة الحقيقية تكمن بالدعم العسكري الضخم الذي يحصل عليه نظام الأسد. وكما يقولون إذا لم ينجحوا في إسقاط الأسد كيف لهم أن يحلموا بتحدي الأمم المتحدة.

يجب ان نمنع هذه الخيانة بحق الثورة السورية! فلنبدي للعالم ما هو معنى التضامن العالمي الحقيقي. هل من الصعب جدا ان نعيد تعزيزاَمالهم عن طريق توحيد صفوفنا؟

يوهانس واردنبرغ هولندا

Io invece non mi vergogno!

Riflessione collettiva sulla difficoltà di articolare quotidianità studentesca con impegno civile, sociale e culturale

Questo dicembre saranno cinque anni che il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione siriana è attivo all’interno – e fuori le mura – del nostro ateneo l’Orientale. Davanti alla complessità della “questione siriana” e davanti all’immobilismo generale abbiamo voluto dal primo giorno stimolare e sostenere il dibattito e la riflessione su un tema essenziale per il futuro di tutto il Bilad al-Sham. Abbiamo incoraggiato docenti e rettorato ad impegnarsi per rompere l’omertà che cingeva la tragedia immane inflitta al popolo siriano.

Dopo oltre quarant’anni di dittatura, questo popolo coraggioso semplicemente si era alzato in piedi; lo ha fatto per rivendicare Libertà, Giustizia sociale e Autodeterminazione.

Noi, abbiamo risposto al suo grido di dolore e sostenuto il suo riscatto per la dignità; eravamo tutti stati in Siria ed era il minimo che si potesse fare.

Da una situazione iniziale di sollevazione di popolo repressa nel sangue, si è passati già nell’estate del 2012 ad un conflitto militare generalizzato contro una popolazione, il suo territorio e le sue città. Il primo paese ad aver messo tutto il suo peso sulla bilancia fu la Repubblica islamica dell’Iran. Poi sono intervenuti quasi tutti gli altri attori regionali di rilievo: Israele, Turchia, Arabia-Saudita, Russia, Emirati Arabi, Usa, Australia,..

Comunque, nessuna di queste potenze ha voluto sostenere le aspirazioni genuine della popolazione civile di poter decidere liberamente del proprio destino – come sancito invece dalla dichiarazione universalista dell’ONU. Tutti in effetti hanno voluto condizionare l’esito del cambiamento epocale in corso: perché di ciò si trattava – qualunque fosse stato l’esito, la Siria non sarebbe mai tornata ad essere il feudo indiscusso degli al-Asad! Parola di siriani.

Poi, centinaia di migliaia di rifugiati si sono riversati nell’Europa opulente, dirigendosi preferibilmente verso mete che potessero garantire loro, e alle loro famiglie, un futuro sereno. La questione siriana si è dunque internazionalizzata ulteriormente, fino a diventare una linea di demarcazione tra la Russia – nuovamente in fase di espansione militare – e l’egemonia mondiale statunitense in crisi. In tutto ciò, Israele – che non intende rispettare il diritto internazionale – cerca di consolidare la sua presa sulla regione, anche se esso stesso attraversa una enorme crisi interna di assestamento.

Uno studente: Ma a noi che ce ne interessa!..

Dato che le istituzioni accademiche nazionali ci metteranno vent’anni a cogliere il polso della situazione – se ci va bene – cosa noi studenti, nel nostro piccolo, possiamo fare?.. Possiamo fare tanto invece, come il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione siriana ha dimostrato in tutti questi anni. Cominciando proprio con lo smarcarsi dalla “complicità morale” che voleva che davanti ai presunti pericoli rappresentati dagli arabi – credenti, atei, liberali o marxisti – era meglio un dittatore sanguinario inchiodato sulla sua poltrona.

D’accordo, ma come faccio – io?

Infatti, ecco proprio perché pubblichiamo questo opuscoletto: per ribadire che non è facile per nessuno di noi ritagliare uno spazio libero nella propria quotidianità. L’Impegno sociale sembra che sia diventato un lusso – che solo in pochi si possono permettere – invece di essere un sentire quotidiano.

Può essere impegnativo, questo è vero; però noi di StUpRS non imponiamo niente a nessuno. Solo di ascoltare la verità magari! Proponiamo solo a chi è interessato di fare un pezzo di strada insieme a noi e ai siriani liberi.

Leggetevi perciò queste tre testimonianze interne di studenti che hanno dovuto lottare contro il peso del dovere, degli obblighi, dei dubbi, delle insicurezze e delle scadenze. Tre barchetèlle che potevano affondare e che invece hanno trovato un loro nuovo equilibrio, più consapevole e fidato. Alla riscossa!

Il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana si riunisce settimanalmente nel cortile di palazzo Corigliano, ed è aperto a tutti coloro che vogliono sostenere con metodi inclusivi la lotta di liberazione del popolo siriano.

Mi chiamo Alessia e studio la lingua e la cultura araba da tre anni. Credo che essere studenti di lingua comporti delle responsabilità, in quanto volenti o nolenti ci si scontra con le varie realtà sociali, politiche, economiche dei paesi che ci interessano che non sono sempre semplici e positive. Nei mio percorso studentesco mi sono scontrata in particolare con la situazione siriana. Questa mi è stata realmente sbattuta in faccia attraverso un documentario che la descriveva, da quel momento il mio pensiero non ha mai abbandonato quella gente. Essendo una persona piuttosto sensibile ed empatica venire a conoscenza della crudele realtà siriana mi ha scioccato ed ha scatenato in me una forte emozione che definirei ‘voglia di fare qualcosa, di essere utile’, insomma ha scatenato in me proprio quel senso di responsabilità di cui ho parlato prima. A quanto pare non ho avvertito solo io questo sentimento in quanto all’interno dell’Ateneo è nato un gruppo, Studenti Unior Pro-Rivoluzione Siriana che organizza attività culturali per rompere il silenzio. Il gruppo poteva dare sfogo alla nostra voglia di essere utili, perciò ne ho voluto far parte senza alcun dubbio.

I dubbi sono venuti dopo. Non avendo mai sperimentato prima d’ora alcuna forma di attivismo, mi sono trovata in difficoltà nel mettermi in gioco, nel provare le mie abilità ma soprattutto nel capire quali fossero le mie abilità. Più volte ho creduto di non essere all’altezza e di non avere le “doti” dell’attivista.

Quando il gruppo organizzava attività sentivo di voler partecipare, di fare di più ,di spingermi oltre i miei limiti e le mie insicurezze. Talvolta sono riuscita in questo e posso assicurare che il gruppo mi ha dato molta forza; quando le attività riuscivano mi sentivo realizzata, utile all’interno dei miei limiti e delle mie capacità e parte di un interesse e di una speranza condivisa, che è una sensazione bellissima.

Altre volte al contrario non riuscivo ad attivarmi del tutto essendo una persona insicura, talvolta profondamente scettica nei confronti delle mie capacità e anche timida quanto basta per non riuscire a parlare in pubblico.

Queste condizioni emotive mi hanno spinto per un periodo ad abbandonare il gruppo, sopraffatta come ero anche dai doveri di studentessa (era infatti il periodo esami estivo). Di fatto mi sono tirata indietro, ho scelto di smettere di mettermi in gioco, mi sono allontanata quasi in silenzio per la vergogna che provavo per aver abbandonato una questione a cui tenevo veramente. Di fatto ero più libera ma non soddisfatta in quanto mi sentivo e mi sento ancora così legata alla questione che non riesco ad ignorarla del tutto.

Le iniziative che sono state portate avanti dal gruppo mi hanno arricchito sia da un punto di vista culturale, sia da un punto di vista personale in quanto sono state messe alla prova le mie stesse capacità di studentessa. Lo studio necessario ed insostituibile viene messo in pratica immergendosi all’interno della realtà studiata.

Ora mi trovo in Marocco per un progetto Erasmus e nonostante la lontananza ho deciso di rimettermi in contatto con il gruppo e di non abbandonarlo in quanto si può essere utili e attivi anche nel piccolo facendo incontrare i doveri con gli interessi in modo bilanciato e non facendosi sopraffare dagli uni o dagli altri.

Sono Simona, ho venticinque anni e frequento il secondo anno magistrale presso l’Università di Napoli “L’Orientale”. Queste poche righe non hanno alcuna pretesa se non quella di trasmettere, attraverso la mia esperienza, cosa si prova quando si tenta di fare del proprio percorso di studi un motivo in più per impegnarsi in iniziative che promuovono informazione e attivismo sincero rispetto a realtà a noi più vicine di quanto ci aspettiamo.

La naturale predisposizione a non soffermare il mio sguardo sull’apparenza delle cose e cercare di guardare sempre oltre, insieme alla passione da sempre nutrita per il mondo arabo-islamico, mi hanno portata a scegliere quest’Università come il luogo in cui, sapevo, avrei ampliato le mie conoscenze e alimentato i miei interessi. E così è stato. Non sapevo però sarebbe diventato anche il posto attraverso il quale mi sarei avvicinata, scoprendo un forte coinvolgimento emotivo, a realtà di conflitto e ingiustizie che si perpetrano poco più in là da casa mia. Non so se al di fuori del contesto universitario avrei preso così a cuore questioni attualissime come quella palestinese e quella siriana, per esempio, ma certamente si è trattato di un risvolto per me rivelatosi importante. Importante perché mi ha permesso di entrare in contatto, seppur fisicamente da lontano, con una storia repressa, ignorata dalla narrativa ufficiale che tende, con le sue semplificazioni e generalizzazioni, ad imporsi lasciando poco spazio al senso critico, alla necessità di indagare più a fondo.

Ho iniziato così ad informarmi per conto mio prima di tutto. Studiando la storia contemporanea dei Paesi arabi ho avuto modo di approcciarmi a questa disciplina in maniera più lucida e oggettiva, colmando molte delle lacune storiche ed inesattezze che contaminavano e oscuravano la mia consapevolezza rispetto a quanto è accaduto e accadeva in Medio Oriente. e’ stato in quel momento che mi sono “appassionata” alla rivoluzione siriana, tanto da farne un oggetto di studio per la mia tesi triennale. Più tardi ho scoperto l’esistenza del gruppo “Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana” al quale mi ci sono avvicinata di mia spontanea volontà perché l’idea che vi fossero ragazzi come me altrettanto interessati alla Siria e al dramma che il suo popolo viveva e tuttora vive, mi rendeva più vicina alla causa, forse solo più compresa nell’emotività che mi coinvolgeva.

Ho iniziato a prendere parte a manifestazioni di solidarietà nei confronti dei siriani, iniziative che, sotto forma di cineforum e attraverso il dibattito in presenza di chi in Siria ha avuto modo di assistere da vicino alla barbarie, si proponevano di avvicinare le persone – sia all’interno del contesto universitario, sia i napoletani stessi -, alla necessità di comprendere che una tragedia come quella che vive la Siria ormai da oltre cinque anni, non può essere ignorata. Poco più al di là del nostro stesso mare, la Siria è diventata un teatro di guerra che se ignorato, ho capito, finisce per renderci corresponsabili e vittime, al tempo stesso, di ingiustizie che da un lato alimentiamo con la nostra ignoranza, la nostra pietà selettiva, la nostra omertà, dall’altro, illudendoci che la questione non ci riguardi da vicino, oltre a dilaniare un popolo, tali ingiustizie, con le loro inevitabili conseguenze, coinvolgono noi stessi.

Queste sono state le riflessioni che mi hanno motivata, che hanno dato un senso al mio tentativo di capire e fare in modo che anche altri lo facessero, senza ergermi in alcun modo a detentrice della verità. Ho realizzato che da casa mia, dalla mia università, non è possibile fare molto, ma qualcosina sì, come cercare di coinvolgere altre persone nell’importanza che una donazione può avere per chi è ormai privo di tutto, dimostrare che sventolare una bandiera, quella della Siria indipendente, non è come tifare ad uno stadio: è avere il coraggio di decidere da che parte stare e farlo con consapevolezza e intelligenza, senza lasciarsi andare a facili slogan di pace non sentiti veramente o mero protagonismo.

Nel corso di questi ultimi anni per quanto scetticismo, diffidenza, indifferenza io abbia riscontrato anche tra le persone a me vicine, sono riuscita quanto meno a far maturare in qualcuno l’interesse verso la Siria, vederlo impegnato in discussioni in merito e sentirlo esprimere la sua opinione che non necessariamente coincideva in toto con la mia, ma già il fatto che la curiosità lo avesse spinto ad informarsi non basandosi più sulle sole mie parole, la mia passione, per me era un grande traguardo.

Tuttavia, ammetto di aver incontrato non poche difficoltà oggettive in questo percorso. Difficoltà che venivano alla luce quando persone interessate alla questione siriana, temevano, anche giustamente, di esporsi ed essere per questo giudicate. Difficoltà nell’ambito della mia Università nell’organizzare iniziative sotto forma di seminari perché consapevole che a richiamare gli studenti, tra i quali molti arabisti, probabilmente sarebbe stato più il conseguimento dei relativi crediti che l’interesse per il tema trattato.

Ma difficoltà anche mie che mi sono trovata ad affrontare rispetto al poco tempo che avevo a disposizione tra esami da sostenere cercando di rispettare ogni data, la vita da pendolare e il lavoro. Pur non perdendo di vista l’importanza che la Siria ancora rappresenta per me, ammetto che è stato difficile, e spesso impossibile, presenziare alle riunioni col gruppo degli Studenti Unior pro-rivoluzione siriana, offrire un contributo più concreto al loro lavoro di informazione e organizzazione di eventi. Mi sono sentita spesso demoralizzata e avvilita per questo, a volte ho avuto la sensazione di non riuscire a gestire il mio tempo tra i vari impegni, purtroppo inderogabili. Ho dovuto operare una scelta di fatto tra le priorità pratiche e quotidiane, trovandomi quindi costretta ad allontanarmi dal gruppo e limitarmi a discussioni da lontano, incontri frettolosi con alcuni dei membri pur di non perdere i contatti. Si tratta di difficoltà che avevo messo in conto, ma scadenze, orari e chilometri non mi hanno certo aiutata.

Il mio percorso di studi, che amo e ancora mi appassiona, quello che mi ha permesso di intraprendere anche la strada dell’attivismo, se così è possibile definirlo, è lo stesso motivo che oggi mi rende più difficile continuare quel percorso.

È per questo motivo che scrivo, perché la mia sete di sapere e di capire non si è spenta, perché confido in un sistema anche universitario che non precluda a me e a tanti giovani come me, la possibilità di dedicarsi a temi importanti come la rivoluzione siriana lo è stata per me, approfondirli e impegnarsi attivamente. Scrivo a chi, proprio come me, si è sentito spesso smarrito e incapace di portare a compimento obiettivi e impegni prefissati, dovervici rinunciare e farsi da parte, anche se mai del tutto.

Scrivo e ringrazio chi invece ha avuto modo e forza di prestare la propria voce, il proprio lavoro a questo progetto di solidarietà per i siriani, senza lasciarli mai soli, nemmeno da lontano.

“L’io, le notizie agghiaccianti, la risposta collettiva”

“Cara, quando ci sei fatti viva che c’è una missione speciale per te”, una conversazione su Skype con un caro amico per aggiornarci sulla nostra Siria. Un appuntamento a tarda notte, nell’unico momento libero per entrambi, in una giornata “storta” di un periodo complicato. Sono stanca eppure mi lascio travolgere dal suo entusiasmo. Siamo riusciti a ritagliarci un momento, nelle nostre quotidianità impegnate, per parlare di questo gruppo che, nonostante gli stravolgimenti interni, dal 2012 esiste ancora con la sua energia preziosa. Non è stato automatico staccare la spina dal peso di quella giornata per riprendere argomenti depositati per un po’ in un cassetto, ma ci è voluto poco per capire che quel cassetto, in realtà, non era mai stato chiuso. In un attimo sento di nuovo forte la volontà di partecipare all’organizzazione delle attività del gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana, con l’inizio del nuovo anno accademico. Ciò significa cercare di capire quale potrebbe essere il mio contributo al gruppo in questa nuova fase della mia vita, in cui sono lontana da Napoli e l’incombenza di progetti da realizzare mi costringe a centellinare le energie. L’occasione per darmi una risposta arriva subito: preparare una piccola composizione sulle difficoltà di conciliare vita privata e impegno sociale, un “incarico” che arriva in giorni in cui sono alle prese con una consegna lavorativa. Una circostanza che, nel suo piccolo, incarna le difficoltà del mio percorso nel gruppo, il momento giusto per rimettermi di fronte allo specchio e capire chi voglio essere.

Quando ho conosciuto i ragazzi di quello che sarebbe diventato Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana, ero ancora una studentessa della magistrale all’Università di Napoli; ero tornata da Damasco da meno di un anno, e avevo ancora le ferite aperte provocate da quel rientro. A Damasco avevo vissuto per 4 mesi per un corso di arabo, nel 2011, proprio nei mesi in cui sono iniziate le prime manifestazioni pacifiche, da subito represse con violenza. Le circostanze mi hanno costretta a rientrare in Italia, ma la mia anima rimaneva lì con le persone che avevo imparato ad amare e in un paese che da allora avrei sempre considerato come la mia seconda casa. Entrare a far parte di quel gruppo di ragazzi, per diversi motivi legati alla questione della Siria, è stato una salvezza. Una cura alla solitudine e al senso di impotenza che vivevo quotidianamente. Il nostro impegno ha trovato da subito diversi ostacoli, dovuti sia all’indifferenza generale da cui eravamo circondati sia alle difficoltà interne che qualsiasi tipo di gruppo è normale che abbia: ci si dedica ad un obiettivo comune ma bisogna riuscire a mantenere un sano e gioioso equilibrio fra le svariate componenti. Ci si muove insieme verso un’unica direzione e, quasi parallelamente, si segue la direzione della propria vita privata. Si può trovare un’armonia in tutto questo? Impegnarsi, con scadenza fissa, per qualcosa, anche se si tratta di una nobile causa, può risultare difficoltoso, soprattutto quando gli obblighi quotidiani risucchiano gran parte delle energie; se poi tale impegno è condiviso in un gruppo, le variabili aumentano: può essere rassicurante per certi versi ma può anche rappresentare un peso, quello della responsabilità verso il “compagno di squadra”. Il gruppo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana, da squadra che si rispetti, ha vissuto, negli anni, le diverse fasi di un percorso che, proprio come quello dei nostri amici Siriani, è tuttora in salita ma conserva la gioia e la vitalità dei colori della libertà sognata. Il mio cammino personale all’interno del gruppo è stato, anch’esso, tortuoso e spesso ho sentito di non avere abbastanza fiato per seguirne il ritmo e me ne sono vergognata.

Dover costantemente stabilire le “priorità”, osservare i “doveri quotidiani”, rispettare le scadenze… e nello stesso tempo sentire forte dentro il desiderio di essere un po’ più vicina al coraggio di un popolo che non demorde, condividere la gioia di una lotta estenuante. E poi ancora… non sentirsi in grado di fare qualcosa di davvero “utile” ad una causa così giusta ma così difficile, tanto grande da sembrare non approcciabile, così complicata da scoraggiare qualsiasi tentativo di partecipazione… “In fondo cosa potrei fare io, nella mia piccolezza, di fronte ad una tragedia di tali dimensioni?” La risposta non è univoca, ognuno dovrebbe sentirsi libero di cercare dentro di sé la forma di partecipazione che più si adegua al proprio essere, ma è impossibile iniziare senza aver affrontato il timore, forse anche la vergogna ed il senso di colpa, che possono scaturire da tale sensazione di impotenza. Combattere la solitudine in cui ci si rinchiude quando non ci si sente all’altezza, guardarsi intorno con fiducia e confrontarsi su tali paure, in modo solidale, non inquisitorio, potrebbe essere la chiave per cercare insieme un modo di partecipare ad attività come quelle organizzate dal gruppo di solidarietà col popolo siriano. Uno spazio in cui ognuno abbia la libertà di movimento necessaria per adattare il proprio impegno alla propria soggettività. Per me questa è stata la risposta. E se Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana esiste ancora è perché, nel passare degli anni, ciascun membro del gruppo ha avuto la possibilità di offrire il proprio contributo come poteva, rispettando il ritmo dei propri impegni privati, senza essere mai giudicato, perché anche la minima partecipazione è una ricchezza, non un’occasione per essere esaminato. Le scadenze ci saranno sempre, scadenze di esami, di tesi, di ricerca, di lavoro, di famiglia… ma trovare un equilibrio è possibile, un equilibrio tra le varie attività e un equilibrio interiore nell’affrontarle: vivere la partecipazione come una gioia, considerare il tempo, le energie e le competenze che vengono donati come una ricchezza per sé e per gli altri, e così dargli valore.

Cercare di accettare che la propria esistenza comoda e sicura debba andare avanti, anche se c’è un popolo martoriato da 5 anni, alla luce del sole. Non farsi schiacciare dall’orrore delle notizie, non lasciarsi sopraffare dalla sofferenza ma trasformare le bombe in oggetti artistici, come fa Akram Abo Alfoz, l’artista di Douma che “dipinge sulla morte”, decorando le armi con colori di fiducia e mostrando il volto dell’amore ai suoi bambini in Siria. Trovare un linguaggio proprio, per esprimere la solidarietà che si sente dentro ma che non si riesce a tirare fuori, confrontarlo con altri linguaggi, ascoltarsi e condividerli. Le notizie agghiaccianti possono gelare, immobilizzare l’io, ma avvicinandosi l’un l’altro, portando con sé i propri dubbi, si può tentare di sciogliere tutto quel ghiaccio e trasformarlo in fiumi di energia costruttiva. Non è un esercizio semplice; molto probabilmente domani questo stesso entusiasmo dovrà fare i conti con i ritmi serrati di sempre, ma so che la Siria che combatte, la Siria che ricordo e che ancora sogno mi accompagna comunque. Mi ha accompagnata nel mio ritorno a Napoli, quando l’esigenza di sgrovigliare il gomitolo che avevo tessuto mentre ero a Damasco mi ha avvicinata al gruppo, e quei fili si sono intrecciati ad altri fili persi come i miei; mi ha accompagnata dopo la laurea quando non sapevo cosa avrei fatto del mio futuro; mi ha accompagnata in Tunisia, in Marocco, tutte le volte che, anche dall’estero, mi sono chiesta “Cosa posso fare ora, da qui, per te?”, e darsi una risposta era sempre arduo! Ma ho imparato ad accettare quella difficoltà, a guardare, a volte da lontano, il gruppo che si modificava e cresceva, che si alimentava con energie nuove, ho accettato il fatto che in determinati momenti non riuscivo ad esserci come avrei voluto ma ho sempre potuto dire “ragazzi, io sono lontana ma se c’è qualcosa che posso fare ci sono”; mi sono nutrita del loro entusiasmo quando non potevo esserci fisicamente per trasmettere il mio. Un entusiasmo che rischia di annaspare ma che si rigenera tutte le volte che viene condiviso e magari può raggiungere qualcun’altro che, come me, ha sempre il cuore in ascolto di quelle voci che non smettono di gridare giustizia, e di cantare.

Vivere in Siria mi ha insegnato la vera gentilezza, parlare e guardare all’altro per vedere davvero quanta ricchezza possa celarsi dietro la storia di ognuno, ascoltare l’anima altrui e avere fiducia nel confronto. È un dono inestimabile che accompagna i miei passi in ogni nuova esperienza e che spero sempre di saper trasmettere, per preservarne la bellezza. La resistenza dei siriani liberi è un cammino da percorrere insieme, la loro quotidiana ricerca di sprazzi di felicità dovrebbe essere condivisa; i bambini di Aleppo lo fanno tuffandosi nel cratere di una bomba riempito d’acqua, come in una piscina. Sprigionano sorrisi in gesti naturali, in gesti di vita che sfida la distruzione. Stanno costruendo la strada per un nuovo futuro ed io non voglio perdermelo. Voglio esserci. Questa è la mia risposta.

Manifesto del Collettivo Studenti Unior pro Rivoluzione Siriana

Il popolo siriano sei tu e l’umanità è una. La mattanza in Siria è davanti ai nostri occhi. La loro lotta è la nostra, quello che si gioca in Siria è il futuro di tutti noi: non ti ricredere, le immagini che vediamo quotidianamente o ci fanno agire o sterilizzeranno la nostra sensibilità. Allo scontro di civiltà noi, studenti Unior pro Rivoluzione siriana, contrapponiamo l’Unione delle Culture che fluiscono attraverso il mar mediterraneo. Napoli è il territorio prediletto del movimento di solidarietà per la rivoluzione siriana perché questa città sa cos’è l’oppressione, la sopraffazione e l’intimidazione, le ha subite per secoli. Sono state proprio le giovani donne siriane a determinare la radicalità del desiderio di cambiamento. Dipende da noi. Possiamo continuare a vivere la nostra quotidianità illudendoci che questa sia eterna oppure svegliarci e capire che nemmeno la nostra società sarà immune al cambiamento.

Prendete il caso dei rifugiati, gente scappata di casa per via della repressione, dei bombardamenti, delle catastrofi climatiche o della fame. Arrivano qua da noi; rispecchiando la storia delle nostre emigrazioni, come noi lasciammo le nostre case e i nostri cari in cerca di un futuro prospero. Loro invece cercano di sopravvivere, aspirano alla libertà; e anche noi cerchiamo libertà, combattiamo perciò la stessa battaglia. Dopo 5 anni e mezzo di bombardamenti, repressione, tortura e assedi, il popolo siriano continua a lottare e a sperare, si rifiuta di tornare indietro e con la stessa determinazione dobbiamo sostenerli. Il dramma che vediamo quotidianamente è reale. Dobbiamo farci forza di questa consapevolezza e rompere anche noi la paralisi. Studenti Unior pro Rivoluzione siriana è un collettivo di studenti dell’università degli studi di Napoli “L’Orientale”, nato nel 2012 a sostegno della lotta di liberazione del popolo siriano. Con la Siria oltre alla vicinanza geografica condividiamo una storia e una cultura comuni, quella del Mediterraneo. Inoltre nel popolo siriano riconosciamo le nostre stesse aspirazioni di libertà e giustizia.

In Siria dopo 40 anni di repressione il popolo è sceso in piazza per chiedere diritti che gli sono stati negati per tutti questi anni, operando così una rivoluzione. Il carattere della protesta popolare è democratico, trasversale e mira a ripensare in profondità l’assetto del paese. Nel marzo del 2011, sulla scia delle primavere arabe, i siriani riescono finalmente a spezzare le catene della loro oppressione. Dal colpo di Stato militare del novembre 1970, una stessa famiglia ha tenuto in ostaggio un intero paese. I numerosi casi di violazioni dei diritti umani, di assassinii politici, di repressione di massa sono stati tutti documentati, tuttavia la comunità internazionale è rimasta indifferente così come nel caso del popolo palestinese. Dopo poche settimane dall’inizio delle proteste di piazza in tutta la Siria, è stato stilato un manifesto politico da parte dei giovani rivoluzionari della regione del Houran, nel sud del paese. Questa scintilla di Dar’a ha unito il popolo siriano nel chiedere la caduta del regime, la propria autodeterminazione e giustizia sociale.

Manifestazioni pacifiche – repressione di Stato – resistenza armata

Tali rivendicazioni sono state espresse durante innumerevoli manifestazioni pacifiche, alle quali hanno partecipato tutte gli strati della società e le differenti comunità del paese. L’estrema violenza messa in campo dal regime per reprimere i manifestanti inermi ha spinto una parte della popolazione ad imbracciare le armi per difendere le loro aspirazioni. Il popolo siriano è stato abbandonato dalla comunità internazionale e dal movimento di solidarietà internazionale progressista; il vuoto di potere, creatosi con la disgregazione della struttura dello stato, è stato colto dalle potenze regionali ed internazionali come un’opportunità per stabilire e coltivare un progetto egemonico in un paese così importante come la Siria e non per sostenere le rivendicazioni rivoluzionarie.

In questa polveriera i movimenti estremisti hanno trovato terreno fertile, grazie anche al sostegno del regime e di potenze regionali e internazionali. Il popolo siriano rimane senza dubbio la prima vittima del terrorismo di stato e di quello oscurantista.

Dopo 5 anni dall’inizio delle manifestazioni, i siriani stremati dalla repressione del regime, dagli attacchi militari stranieri e fascisti, continuano comunque a tenere viva la rivoluzione e in questo loro intento noi vogliamo sostenerli.

Ispirandoci agli ideali espressi nel manifesto di Dar’a il collettivo si rifà ai seguenti principi: -La caduta del regime e lo scioglimento di tutti gli apparati repressivi. -Il diritto a scrivere la propria costituzione, tenendo presente le libertà politiche e associative -Le libertà individuali, la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani. -Il processo a Bashar al-Asad e a chi ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità. -L’uscita dalla Siria di tutte le milizie straniere e la fine di tutte le ingerenze internazionali e regionali. -La difesa dell’unità territoriale del paese evitando frammentazioni e confessionalismi. -Il diritto all’autodifesa dei siriani.

Con la situazione di stallo internazionale la rivoluzione non è morta, anzi siamo convinti che l’onda rivoluzionaria si propagherà e si manifesterà in momenti inaspettati anche altrove nella regione.

Lanciamo dunque un appello a tutti gli studenti degli altri atenei italiani ad organizzarsi e a coordinarsi per sostenere la lotta di liberazione dei siriani. L’Italia ha una lunga tradizione di solidarietà attiva con il mondo arabo portata avanti con coraggio, basti pensare al caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani, o allo storico movimento di solidarietà con la Palestina.

Lo spirito gioioso, creativo e festoso della rivoluzione ha rappresentato il risveglio dell’anima di un popolo. Noi vogliamo trasmettere quest’esperienza e far sì che tutti si possano identificare con i siriani. Il nostro collettivo sostiene la rivoluzione attraverso attività culturali e sociali tese a coinvolgere il corpo studentesco e la cittadinanza con la causa siriana. Negli ultimi mesi abbiamo organizzato vari incontri, proiezioni cinematografiche e partecipato a manifestazioni di piazza. In futuro vorremmo coinvolgere maggiormente I numerosi ambienti napoletani sensibili alle tematiche di libertà, autorganizzazione, giustizia sociale e uguaglianza. Vogliamo creare uno spazio di dibattito serio e continuativo sulla rivoluzione siriana e sulla situazione Medio-Orientale, libero da schemi anacronistici e da argomentazioni pregiudiziali. Porteremo in città attivisti impegnati nella rivoluzione siriana e nel sostegno ad essa. Rifacendoci allo spirito della rivoluzione vogliamo anche noi mettere in campo tutta la nostra creatività e usare tutte le nostre risorse per diffondere questi valori.

Napoli, il 24 ottobre 2016

La chiesa cattolica del Vescovo di Roma, in Siria è Universale?

il ruolo della comunità cristiana a partire dall’esperienza di Padre Paolo dall’Oglio”

– Intervento del 25 maggio scorso in occasione del seminario all’Orientale di Napoli –

Care e Cari,

Vorrei ringraziare innanzitutto voi studenti e i diversi docenti presenti per essere venuti a un nuovo incontro di approfondimento sulla questione siriana dentro al nostro ateneo, l’Orientale di Napoli. C’è anche un elemento di novità, è la prima volta che studenti Unior pro Rivoluzione siriana organizza un evento congiunto con la Federazione Universitaria Cattolica Italiana.

Purtroppo, anche oggi il tema che affronteremo è un argomento drammatico. Sulla questione del ruolo dei cristiani vorrei però essere molto umile, ispirandomi proprio al pensiero di Padre Paolo.

Ci sarebbero due modi d’interpretare la questione posta: la partecipazione della comunità cristiana in Siria, e/o la partecipazione di noi cristiani. Cercherò dunque di approfondire entrambi questi ambiti. Vorrei però fare una premessa sul tema della paura.

Regolarmente i mezzi d’informazione “Mainstream” – nel senso di mezzi d’informazione che ambiscono a strutturare la comprensione quotidiana di un ampio pubblico nazionale, o addirittura internazionale – ci fanno pervenire notizie di atrocità commesse da gruppi “terroristici”.

Abbiamo avuto il caso di Jihadi John e qualche giorno fa è stato riportato un nuovo attentato dinamitardo rivendicato da Daesh nella regione costiera dove sono situate le basi militari russe (Tartus e Jablah). Nel privilegiare la notifica di questi avvenimenti di sangue, l’intento è chiaramente di terrorizzare anche noi.

I siriani di per sé, e i bambini in particolare, sono terrorizzati a prescindere, subendo attacchi indiscriminati dal cielo – così come nel 1937 la popolazione di Madrid fu terrorizzata.

La forma cinica di coordinamento tra gli attentatori e chi riporta meticolosamente il loro agire – per assurdo facendo loro una maggiore pubblicità – ci stupisce dunque. Non sarebbe meglio, invece di rapportare semplicemente un attentato, dare anche qualche elemento di contestualizzazione: escludendo ad esempio qualunque rapporto con una data religione oppure sottolineando la natura illecita dei finanziamenti percepiti dai gruppi di attentatori?

La paura in effetti è diventato un nodo centrale quando si parla di Siria. Cito perciò Matteo 10,28: “ Non abbiate paura di quelli che possono uccidere soltanto il vostro corpo, ma non possono toccare la vostra anima! Temete soltanto Dio, che può far perire entrambi, sia l’anima che il corpo, all’inferno.”

Non solo, ma in quanto universitari sappiamo che la paura paralizza e ci impedisce di affrontare determinati problemi e tematiche. Noi napoletani conosciamo molto bene questa dimensione, vivendo in una città dove la paura è stata strumentalizzata all’eccesso. Tutt’ora essa condiziona l’agire quotidiano di molti di noi ed è difficile qualche volta accantonarla.

I siriani hanno compiuto però una rivoluzione straordinaria nel 2011 rompendo la gabbia della paura. Le comunità cristiane locali invece hanno avuto molta più difficoltà ad emanciparsi da ciò – non perché siano stati sistematicamente oggetto di persecuzione, ma perché hanno subito una politica intimidatoria continuativa.

Chi sono i cristiani in Siria?

Basti citare la conversione di San Paolo che fu folgorato sulla via di Damasco, le testimonianze architettoniche della Chiesa dedicata a San Giovanni Batista che sono racchiuse nella moschea degli Omayyadi della capitale siriana, oppure San Simeone Stilita che visse su una colonna nella provincia di Idlib – per distaccarsi dai beni materiali – per capire quanto il territorio siriano sia ricco di testimonianze della storia del christianesimo.

Esiste una moltitudine di comunità cristiane in Siria: dalla comunità Siriaca che parla l’aramaico antico in località come Ma’lula e probabilmente Qamishli, agli armeni, ai protestanti reduci delle missioni di evangelizzazione anglo-americani del fine ‘800, ai cattolici (un terzo del totale approssimativamente) – che si dividono in maroniti, latini e uniati di riti ortodossi (melchiti, siri-cattolici, armeni-cattolici e caldei) – fino al gruppo maggioritario che sono i greco-ortodossi che vivono lungo la costa e nei principali centri urbani. L’organo ecumenico che cerca al livello regionale di fare confluire le istanze delle varie comunità cristiane è il Concilio delle Chiese Medio-Orientali che organizza un’assemblea plenaria ogni 4 anni.

Già prima dello scoppio della Rivoluzione nel 2011, la metà della popolazione cristiana (8% del totale) viveva nella Rif Dimasq, vicino dunque al cuore dello Stato. Però è la vita monacale a giocare un ruolo centrale nella costruzione dell’identità delle comunità cristiane, rispondendo alla domanda di base: che significa essere cristiani in Siria? E’ anche da qua che scaturisce l’enorme seguito che Padre Paolo ha avuto in Siria stessa.

Consideriamo esempi anche precedenti che illustrino questo sforzo di radicamento locale: gli esponenti del principale gruppo cristiano in Siria hanno partecipato attivamente al movimento nazionale arabo nel ‘900, ad esempio Michel Aflaq è stato uno dei fondatori del Ba’th, e ‘Ali Hurayki da vescovo di Hama organizzò la Conferenza di Bloudan nel ’37 per denunciare il progetto di spartizione della Palestina.

Tale concezione di essere dei membri di un corpo più ampio è cruciale considerato anche l’atomizzazione delle comunità e l’assenza decennale di rappresentanza politica libera. L’esempio dell’attivismo politico nella jazira pluri-confessionale e pluri-etnico degli anni ’50 può essere un altro caso di scuola in tal senso. In fine, va sottolineato che il livello d’istruzione dei membri delle comunità cristiane è più elevato della media e che hanno spesso contatti privilegiati con l’Occidente – non stupisce perciò che essi rivestano incarichi diplomatici di alto rango: come nel caso di Tariq Aziz che era ministro degli esteri di Saddam Hussein.

C’è una discriminante però che divide i cristiani in Medio-Oriente:

Da dove nasce lo scismi tra cattolicesimo e ortodossia?

Storicamente, da una volontà di espansione territoriale del papato:

Le Xème siècle avait connu un affaiblissement sans précédent de la papauté, victime des factions de l’aristocratie romaine, ou soumise à l’influence des empereurs germaniques. De nombreux abus s’étaient partout introduits dans l’Eglise latine: vente de charges ecclésiastiques, collation des fonctions religieuses par des laïcs, mariage ou concubinage des prêtres. Avec le pontificat de Léon IX (1047-1054) commence une véritable réforme de l’Eglise. Le nouveau pape est entouré d’hommes de valeur, généralement originaires de Lorraine, notamment le cardinal Humbert de Silva Candida. Les réformateurs ne voient pas d’autres moyen de remédier aux maux de la chrétienté latine que de renforcer la puissance et l’autorité de la papauté. Et ils estiment que cette autorité, telle qu’ils la conçoivent, s’étend à l’Eglise universelle, qu’elle soit latine ou grecque.” (Histoire d’une déchirure: Orthodoxie et Catholicisme, Archimandrite Placide Deseille; Monastère Saint-Antoine-le-Grand: 1995; p.16-17)

In quei medecismi anni (metà del XIesimo secolo) si assiste ai primi eventi che segnano un diretto intervento del papato nella lotta contro I musulmani in Spagna così come in Sicilia. Incontestabile è il nesso con la riforma della Chiesa intrapresa dai papi a partire della metà del secolo: prende forma l’idea di una supremazia pontificia che imponendosi a tutti i poteri laici dell’Europa latina offre loro obiettivi legati all’espansione della cristianità. Nelle marche nordiche e slave dell’impero romano-germanico la conversione dei pagani a opera di missionari aveva ampiamente affiancato l’avanzata conseguita con interventi militari, e talvolta aveva anche agito da sola. Peraltro era il potere imperiale ad aver avuto l’iniziativa. Sul versante meridionale della cristianità… il solo coordinatore possibile delle azioni cristiane era il potere pontificio, e questo avveniva in pieno accordo con le idee teocratiche che ne ispiravano in quel tempo la politica.

Fu nel 1059 infatti che il papa Niccolò II consolidando la nuova alleanza con i Normanni allora in piena espansione nell’Italia meridionale affidava loro implicitamente la missione di conquistare la Sicilia ai musulmani. Roberto il Guiscardo, riconosciuto come “futuro duca di Sicilia” si dichiarava vassallo della Santa sede, esempio che sarà seguito da altri signori e sovrani meridionali, in particolare dai re d’Aragona.” (“L’Islam e l’Europa” in Storia d’Europa, vol 3: il Medioevo secoli V-XV, Pierre Guichard; Einaudi: 1994; p.314-5)

Il concetto cattolico di Chiesa era già di per sé, fin dall’età antica, ricco di contenuti sociali e di virtualità politiche, in quanto implicava la disciplina delle collettività di credenti entro quadri istituzionali operanti in un’amplissima sfera di rapporti umani, non senza ricorso a propri mezzi efficaci di coercizione morale. La gerarchia ecclesiastica non era preposta al solo culto religioso, come altri sacerdozi.” (“il volto ecclesiastico del potere nell’età carolingia” in Storia d’Italia, vol 23 – La chiesa e il potere politico: Chierici e laici dal Medioevo alla Controriforma; Einaudi/il Sole 24 ore: 2006; p.7)

Certamente vanno anche considerate le contese teologiche – tutt’ora irrisolte – tra questi diversi schieramenti di cristiani, a cominciare proprio dal significato di “supremazia” del vescovo di Roma sui gli altri vescovi

Rapporti complessi tra le minoranze etniche o religiose e le maggioranze numeriche

Più in generale, vediamo che tra gli scienziati l’approccio alla questione delle minoranze in Medio-Oriente, e in Siria in particolare, cambia nel corso del ‘900:

L’approche historique de la problématique minoritaire arabe fut… (fondée initialement) sur une conception essentialiste; les travaux d’alors se sont principalement intéressés aux minorités selon trois points de vue: leur importance numérique, leur spécificité religieuse et leur rapport à l’Etat. (Par contre,) depuis la deuxième moitié des années 1990, cette question a été reexaminée… (et il a été) montré à quel point l’histoire de ces minorités devait être considérée: l’histoire de leur formation et de leur évolution, mettant en lumière des divisions et des dynamiques internes, ainsi que celle de leurs realtions avec les autres communautés en présence dans le temps et dans l’espace.” (Des monastères en partage: Sainteté et pouvoir chez les chrétiens de Syrie, Anna Poujeau; Nanterre: Société d’Ethnologie, 2014; p.12-3)

Il ricatto della “protezione” esercitato dagli al-Asad

Va sottolineato che la fragilità delle comunità cristiane nasce anche dal loro potere economico (crescituto grazie alle capitolazioni di epoca ottomana che risalgono al ‘400) e dal rapporto qualche volta ambiguo che hanno coltivato con l’Occidente. Ciò è stato evidente in occasione delle nazionalizzazioni del ’61 (in epoca della RAU) quando mezzo milioni di siriani sono emigrati, la metà dei quali cristiani.

Dall’inizio della Rivoluzione del 2011, il regime ha giocato molto su questo aspetto di fragilità comunitaria: con delle spedizioni intimidatorie ad esempio nell’aprile del 2011, in pieno periodo della Quaresima: sul sagrato della Cattedrale ortodossa di Latakia e nel quartiere di Bab Tuma a Damasco (luogo simbolo del Potere cristiano in Medio-Oriente con la presenza di tre vescovati e due rappresentanze vescovili) – delle quali il sottoscritto è stato personalmente testimone.

Considerato tutto ciò e visto la sofferenza che accinge l’intera popolazione siriana, il nostro ruolo da cristiani non può essere rivolto a sostenere i soli cristiani (appartenenza comunitaria che per altro in nessuna parte del mondo determina interamente il loro agire quotidiano). Non è quello che ci insegna il Vangelo. Peraltro a quali cristiani dovremmo rifarci considerato le loro diversità?

Johannes Waardenburg

USA – Rivoluzione siriana: come uscire dal vicolo cieco

Roma – 6 maggio 2016

Non sono passati nemmeno 24 ore dall’estensione anche ad Aleppo del cessate il fuoco, che il regime siriano con i suoi caccia bombarda un campo profughi alla frontiera tra la Provincia di Idlib e la Turchia. Almeno 30 morti e decine di feriti. Non erano passati nemmeno 24 ore.. L’intento è perciò chiarissimo: si tratta di uccidere una speranza mondiale sul nascere, di farci tornare in mente i nostri peggiori incubi e di ghiacciare il nostro sangue; di paralizzarci.

Ciò si chiama terrore di Stato, e lo pratica il regime degli al-Asad da decenni. Daesch e le altre organizzazioni terroristiche sono solo emanazioni di questo male profondo, purtroppo molto tenace.

Che si fa dunque? Fortunatamente nessuno sta pensando di tornarsene a casa a questo punto; la strategia di Bashar non funziona infatti: non rende più. Non riesce più a imporre la sottomissione attraverso una paura generalizzata, ciò dall’inizio della rivoluzione siriana almeno.

Ma chi fermerà Bashar al-Asad? Chi impedirà lui e i suoi alleati di continuare a massacrare un intero popolo e di distruggere un intero paese? A cancellare la storia millenaria di coabitazione civile, come se ciò non fosse mai esistito.

La paura di rispondere a questa domanda ci ha portato in un vicolo cieco, non solo noi in Italia ma tanti gruppi di solidarietà nel mondo.

Quasi immediatamente in tanti si sono rifatti alle Nazioni Unite e in particolar modo agli Stati-Uniti, paladini autoproclamati dei valori di democrazia e di libertà. Questa fiducia cieca è servito a poco però, perché sia l’uno che l’altro vogliono conservare Bashar al potere nella circoscrizione di Damasco. Molti di noi si sono illusi dunque – come quando uno si illude che il politico carismatico di turno una volta eletto cambierà la faccia della terra.

Con ciò non s’intende fare una critica alla nostra ingenuità come movimento di solidarietà. Però è venuto il momento di tirare le somme davanti al protrarsi della repressione generalizzata in Siria, considerato che nessuna istanza internazionale ha cercato per davvero di fermare Bashar al-Asad.

Molti ci chiederanno: ma cosa volete di preciso, un intervento militare occidentale per rovesciare il dittatore di Damasco?

Chi di noi, in un momento di smarrimento totale davanti al genocidio in atto, non l’ha sperato onestamente? Come in televisione.. Però la nostra coscienza è più forte, sa che qualunque intervento straniero porterà con se un prezzo amaro, in termini di perdita di libertà, d’integrità e d’indipendenza. L’Iraq poco distante sta lì a ricordarcelo.

C’è un’altra via che però nessuno sembra contemplare, è quella della legalità internazionale. Esiste è vero, un organo decisionale collegiale tra le maggiori potenze mondiali, si chiama il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – però anche lì all’evidenza tutti si sono accordati sulla permanenza di Bashar al sua posto.

Tuttavia, ci interroghiamo, il diritto internazionale si può mai ridurre alle decisioni interessate di cinque membri di un organo esecutivo? Di sicuro, no.

La posta in gioco è di conseguenza molto alta e il destino di tutti noi è in bilico davanti all’indifferenza attuale delle istituzioni internazionali.

Perciò, noi del Comitato permanente facciamo una domanda molto semplice, quasi ingenua: se i siriani sono stati così coraggiosi a ribellarsi a un dittatore sanguinario, com’è che noi non siamo capaci di ribellarci a delle istituzioni internazionali che non sono garanti nemmeno della vita delle persone? Ribellarsi significherebbe avere il coraggio e la determinazione di volere un mondo libero per tutti noi.

Aleppo presa in tenaglia, è l’Umanità che grida!

Proposta che è circolata alle organizzazioni pro-rivoluzione siriana in Italia, per una maggiore condivisione delle campagne sui social media

Caro Fouad Roueiha,

Tramite alcuni dei nostri membri ci è giunta la tua proposta di accelerare tecnicamente la comunicazione tra le organizzazioni pro-rivoluzione siriana in Italia. Come nel caso della tua proposta di inizio marzo di aprire una nuova pagina fb “la rivoluzione continua” – dove pubblicare eventi in agenda in tutt’Italia a sostegno dell’autodeterminazione del popolo siriano – siamo molto lieti di partecipare a questo nuovo progetto che lanci, ossia di comunicazione più veloce tra tutti noi. Tutto ciò anche per poter coordinare meglio le nostre risposte di fronte all’attualità. Infatti, nel tempo accelerato di internet esiste il rischio di perdere delle notizie o che qualcuno di noi si ritrovi sfasato rispetto all’evolversi della situazione.

Riteniamo però del tutto inopportuno polemizzare nuovamente con chi tra i sostenitori in Italia della rivoluzione siriana ha scelto una forma piuttosto che un’altra di funzionamento interno, e ha adottato una linea chiara di denuncia delle politiche occidentali complici con il regime di Bashar al-Asad. Dobbiamo imparare finalmente a riconoscere che le nostre organizzazioni hanno delle loro specificità:
c’è chi opera nel campo giornalistico e ci informa della situazione, c’è chi lavora nel campo umanitario per alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite e c’è chi cerca di costruire una coscienza pubblica che il futuro della Siria (e di altri paesi) dipenderà dalle scelte che verranno prese nelle cancellerie occidentali, e non a Teheran o a Mosca – e cerca di agire di conseguenza. Noi del Comitato permanente siamo convinti ad esempio che senza una pressione sufficiente in Occidente sui poteri forti (ambienti politici ed ecclesiastici, cerchie economiche, istituzionali internazionali, mass-media,…) la situazione di stallo attuale in Siria potrebbe continuare per decenni. Basti purtroppo pensare alla Palestina poco distante e a quello che subisce giorno dopo giorno il suo popolo.

In effetti, la necessità di aprire anche qui in Italia un dibattito di fondo sul futuro possibile (nonché auspicabile) della Siria, dopo il fallimento dei negoziati di Ginevra III e I nuovi bombardamenti incessanti su Aleppo, si fa sentire tra molti attivisti. E’ vero, il Comitato permanente ha cercato di rompere un tabù: quello di dibattere del futuro politico e istituzionale della Siria, in connessione con la situazione in Palestina e più largamente nel Medio-Oriente (Libano, Iraq, Turchia, Kurdistan, Yemen, Bahrein,…) – considerato il blocco operato dalle potenze occidentali nella caduta del regime di Bashar al-Asad. Abbiamo intrapreso questa strada non per sostituirci ai siriani nella scrittura del futuro del loro paese – noi tutti siamo sostenitori ferrei dell’autodeterminazione dei popoli – ma perché è necessario, e lo riconoscono in tanti, mettere i poteri forti occidentali finalmente davanti alle loro responsabilità, adesso che non si possono più nascondere dietro la Russia o l’Iran per il fallimento dei negoziati ONU.

Facciamo dunque un appello pubblico già da ora: saremo capaci tutti noi in Italia di animare un movimento di piazza che denunci le responsabilità di tutte le potenze che siedono come membri permanenti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – davanti alla recrudescenza della campagna di morte e distruzione del regime, messa in opera per riconquistare il cuore di Aleppo? Questa orchestrazione diabolica di piantare la bandierina del regime sulle rovine di questa città millenaria, per legittimare Bashar sulla scena internazionale come l’uomo al comando, è sotto ai nostri occhi in questo momento! Vogliamo veramente limitarci nuovamente a denunciare solamente chi è implicato direttamente nei massacri, senza ricercare mai i mandanti? Caro Fouad, davvero pensi che questa mossa non sia orchestrata con il consenso occidentale per mettere i rappresentanti dell’opposizione che partecipano ai “negoziati” dell’ONU maggiormente sotto pressione?

E’ vero, la campagna internazionale lanciato il 29 aprile invita a radunarsi soltanto davanti alle ambasciate russe e iraniane, però di sicuro possiamo aprire un confronto con coloro che l’hanno iniziata. In caso contrario rischiamo di non sottolineare abbastanza la gravità dell’alleanza internazionale in atto contro il popolo siriano e l’ottenimento della sua libertà – ci auguriamo che risponderai sul merito di questa questione.

E’ la portata politica dei nostri gesti che conta (i numeri lasciamoli ai matematici!), ce lo ha insegnato Rima Dali che andò da sola a manifestare l’8 aprile 2012 davanti al Parlamento a Damasco con una scritta che recitava semplicemente: “Fermate i massacri! Vogliamo una Siria per tutti i siriani.” Sembra più attuale che mai.

In attesa di un ampio riscontro ci auguriamo, saluti fraterni a tutte e tutti!

per il direttivo del Comitato permanente,

Angela, Fiore, Johannes, Marina, Matteo

Rivoluzione siriana e “Partito comunista Campania”

 

Noi studentesse e studenti dell’Università l’Orientale di Napoli scriviamo in risposta all’articolo firmato da Giuseppe de Rinaldi, pubblicato in data 30 marzo sul sito Partito comunista Campania, per correggere alcune inesattezze storiche e per chiarire alcuni punti sul documentario “Our Terrible Country”.
Il primo punto sul quale vorremmo concentrarci riguarda la definizione della situazione siriana come guerra civile. Il primo a parlarne è stato il portavoce della Croce Rossa Internazionale Hicham Hassan in un intervista rilasciata alla BCC il 15 luglio 2012. Precisiamo che la definizione di guerra civile è stata applicata agli scontri in Siria per via della loro estensione su tutto il territorio nazionale. Dal marzo 2011 il regime ha sistematicamente represso ogni manifestazione di piazza usando una violenza ingiustificata, indirizzata contro la popolazione. Dunque, bisogna essere cauti nel parlare di 5 anni di conflitto civile: in tal modo passerebbe l’idea che sin da subito il regime di Assad abbia impiegato le armi per contrastare gruppi armati ed organizzazioni terroristiche.
In secondo luogo, vorremmo concentrarci sull’entrata in scena di Daesh nel conflitto siriano. Nonostante i rapporti tra questo e al-Nusra, organizzazione terroristica affiliata ad al-Qa’ida, lo Stato Islamico non è intervenuto in Siria dal 2011, ma dal 2013, muovendosi dall’Iraq ed arrivando a conquistare ed occupare la città di Raqqa, divenuta poi la capitale del califfato. Grazie all’infiltrazione di guerriglieri esperti dal 2013 è stato possibile per Daesh occupare altre città e rafforzare le sue posizioni. Il conflitto siriano non è dunque iniziato come uno scontro tra regime e Daesh, né ad oggi deve essere ridotto in questi termini, vista la presenza di un grande numero di gruppi di opposizione di altro tipo.
Nell’articolo si fa riferimento alla bandiera adottata dalla rivoluzione. In merito precisiamo che è stata scelta nel 1932 da un comitato parlamentare di patrioti siriani, guidati da Ibrahim Hananu, leader storico delle rivolte anti-francesi nel periodo del protettorato. Viene ricordata come la bandiera dell’indipendenza (‘alam al istiqlal) che sventolava sugli edifici governativi quando nel ’46 le ultime truppe francesi lasciarono il paese. Fu sostituita nel 1958 quando venne costituita la RAU, ripresa per pochi anni e poi sostituita con il tricolore rosso, bianco e nero con 3 stelle verdi nel 1963. Con il suo forte significato di indipendenza, la bandiera a 3 stelle rosse è stata ripresa dai manifestanti nel 2011 a simboleggiare la volontà di cambiamento, dopo decenni di dittatura e oppressione.
Vorremmo infine ricordare che il FSA non compare in nessuna delle liste ufficiali di organizzazioni terroristiche.
Fatte queste precisazioni storiche, vorremmo chiarire che Studenti Unior Pro Rivoluzione Siriana non appoggia nessun gruppo armato, ma solo il popolo siriano nelle sue aspirazioni democratiche e di libertà.
Ci siamo stupiti nel leggere i commenti riguardo al documentario, che viene tacciato di essere “un esplicito appoggio ai tagliagole dell’Isis”. Ziad Homsi, uno dei registi del film, è stato rapito e torturato dallo Stato Islamico; il protagonista del documentario, Yassin al-Haj Saleh, vive la tragedia del rapimento del fratello da parte dello stesso gruppo terroristico; chiare condanne all’operato criminale di Daesh vengono espresse durante tutto il documentario, con la preziosa testimonianza di Homsi, fuggito dalla prigionia dei miliziani dell’Isis. Ci viene dunque difficile capire come sia stato possibile definire il documentario in questi termini.
“Our terrible country” è una riflessione profonda e non scevra di autocritica sui risvolti della rivoluzione siriana e quindi anche qui risulta difficile capire come sia possibile parlare di scene inneggianti al FSA.
StUpRS

Poesia: Lettera a una compagna triste

Hai conosciuto la Siria già; oppure non ci sei ancora stata,

Hai amato i balli e i canti trasmessi dal Sham.

o eri invece presa dalle mille vicissitudini della vita qua,

eppure oggi sei triste, triste d’anima.

 

 

Le lacrime scorrono sui visi siriani scioccati

Non si spiegano questo diluvio mondiale

contro un popolo sereno con le sue mille culture

non c’è nave che regga, questo ferro e fuoco!

eppure respirano:

ancora

Libertà

ora e in avanti.

 

 

Stanno in affanno, davvero

sono soli dappertutto e circondati ovunque

Non c’è scampo e non c’è tregua

 

 

Non ce la fai più,

non ce la fai più perché sai

perché oggi si sa; l’altro ieri invece

si pensava:

sarà?..

 

 

Come le vittime, non hai un nome

Anche a te ti riconosciamo soltanto del colore della tua maglietta

tutti siamo visi di profilo

Hai gridato la tua rabbia sui mari, a tutti i venti

il tuo sdegno

 

 

Oggi sei incredula perché ancora si muore, si piange, si soffre

in Siria

si soffre l’infinito continuo

come ieri, e l’altro ancora

 

 

Ma la tristezza è dovuta a quelli che stanno qua:

perché i potenti non sentono,

non la smettono?

 

 

Senti l’impotenza, l’impossibilità;

agisci senza incidere minimamente:

così credi

 

 

La rassegnazione no però!

La rassegnazione: mai

 

 

Senti l’inefficienza e sei triste

molto triste

 

 

Ma temono proprio te compagna cara, come temevano i bambini innocenti di Dar’a.

 

 

Temono che un giorno la tua tristezza diventi determinazione,

Che la tua rabbia si trasformi in azione,

non più da sola ma compatta con tanti di noi

hanno paura della luna, avvolta nelle tue mani

protetta

perché non lascerete più loro dire il possibile e l’impossibile

Ma sia tu a volerlo

il non ancora possibile

 

 

Poiché il solo possibile,

a termine, è orribile

 

 

Pensaci, chiudi gli occhi e respira

aria di volontà e libertà. Gioia mia

 

 

Gianni,

Roma, piazza del Popolo siriano, 19 marzo 2016

Siria futura

invito agli attivisti italo-siriani

Care amiche siriane, cari amici siriani,

Per le persone di noi che non hanno la cittadinanza siriana, siete voi che rappresentate in Italia la storica lotta di liberazione del popolo siriano contro la dittatura degli al-Asad. Abbiamo camminato fianco a fianco nelle numerose manifestazioni di piazza e abbiamo vissuti insieme tantissime belle iniziative di solidarietà! Grazie di cuore.

Oggi il movimento italiano di solidarietà con la rivoluzione siriana si sta riorganizzando e ricompattando dopo 5 anni in cui il popolo siriano è stato sistematicamente tradito dagli attori internazionali, nonché nazionali.

Purtroppo per molto tempo la popolazione italiana che voleva esprimere la sua solidarietà con i siriani liberi si è dovuto scontrare con esponenti razzisti e fascisti che inneggiavano al regime genocida di Bashar. Fortunatamente però ora gran parte d’Italia è liberata da questo fardello oppressivo! Si apre dunque uno nuovo spazio sociale e politico di agibilità nazionale.

Negli ultimi anni siamo stai tutti noi molto efficienti ad organizzare iniziative locali e anche qualche manifestazione nazionale. Tuttavia, i localismi e le competizioni territoriali hanno troppo spesso preso il sopravento. Tutto ciò è normale considerato che siamo davanti alla ricostituzione di una società politica dopo quarant’anni di dittatura in Siria, però dinanzi alla drammaticità della situazione attuale sarete tutti concordi che non possiamo fermarci a questioni secondarie.

Numerosissime persone in Italia vogliono agire ora concretamente per sostenere i siriani, e sconfiggere insieme a loro il marchingegno internazionale che cerca di reprimere il sogno di libertà e giustizia in Siria. La rivoluzione siriana è diventata una questione internazionale di primo piano: per la gravità della situazione umanitaria e perché gli organi decisionali nati nel secondo dopoguerra (le Nazioni Unite) sono in gran parte responsabili della situazione politica disastrosa che ha vissuto tutto il Medio-Oriente per oltre 60 anni (almeno dal 1948 in poi).

La posta in gioco è altissima dunque e la risoluzione della questione siriana sarà lunga, ahimè. Ci spetta un lungo percorso e dobbiamo attrezzarci di conseguenza. Non basterà sicuramente bussare alla porta delle istituzioni nazionali nella speranza che a tempo perso pensino al popolo siriano.. Perché la Siria sia liberata da questa capa di repressione decennale è ormai evidente a tutti che sarà necessario la costituzione di un movimento internazionale di pressione pubblica per la Libertà in Siria. L’Italia in questo contesto giocherà un ruolo importante, noi italiani e italo-siriani vogliamo essere in prima linea in questa battaglia per il futuro dell’Umanità.

Aderite dunque anche voi al Comitato permanente e aiutateci a rappresentare tutte le sensibilità del vostro meraviglioso popolo!

il direttivo del CpRS

Lettera a On. Laura Boldrini, occasione: prossimo viaggio a Teheran

Gent.ma Presidente della Camera dei Deputati, On. Laura Boldrini,

la stampa iraniana ha comunicato di un Suo prossimo viaggio in Iran. Secondo le informazioni sinora diffuse il viaggio sarà organizzato immediatamente dopo l’elezione dell’Assemblea degli esperti e del Parlamento, previste in Iran per il 26 febbraio 2016.

Elezioni che sono da considerarsi antidemocratiche, considerato che oltre il 60% dei candidati sgraditi al regime sono stati squalificati dal Consiglio dei Guardiani.

Purtroppo, mentre l’occidente – Italia in testa – riapre le porte alla Repubblica Islamica, in Siria i massacri continuano senza fine. Ad Aleppo, in particolare, centinaia di civili vengono uccisi quotidianamente ( o sono costretti a fuggire), dagli assedi compiuti dalla milizie fedeli a Bashar al Assad, coperte dai bombardamenti aerei russi. Milizie jihadiste sciite che, come noto, vengono addestrate e finanziate primariamente dalle Guardie della Rivoluzione Iraniane.

Come se questo non bastasse l’invito a visitare l’Iran è arrivato dal suo omologo, lo speaker del Parlamento iraniani Alì Larijani. Già comandante dei Pasdaran, Larijani ha un ruolo chiave nello sviluppo della strategia iraniana in sostegno del regime di Damasco. Più volte, infatti, ha pubblicamente affermato che Teheran userà ogni mezzo per garantire l’esistenza del regime di Bashar al Assad.

Per questi motivi, riteniamo che, come terza carica dello Stato – nonché rappresentante della Costituzione della Repubblica Italiana – sia Suo dovere sollevare in Iran delle questioni fondamentali per il futuro dei rapporti tra Roma e Teheran. In particolare Le chiediamo di denunciare pubblicamente il sostegno iraniano ad Assad e di pretendere l’immediato ritiro delle forze paramilitari sciite e dei Pasdaran dal territorio siriano.

Le chiediamo inoltre di riflettere sul fatto che, senza delle chiare precondizioni, le nuove relazioni economiche e politiche tra Italia e Iran, rischiano di rendere il nostro paese complice di un regime autoritario e fondamentalista, primo sostenitore del terrorismo internazionale.

Enrico Vandini – Presidente We Are Onlus

Per firmare questa petizione:

https://www.change.org/p/on-laura-boldrini-lettera-a-on-laura-boldrini-occasione-prossimo-viaggio-a-teheran?recruiter=49883659&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=autopublish&utm_term=mob-xs-share_petition-no_msg&fb_ref=Default