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Tornare sempre alla Rivoluzione. Ovvero: la denuncia di pratiche vecchie come il cucco.

“Attenti a quei due!..”

Come membri del movimento di supporto alla rivoluzione siriana e ai contenuti laicisti ed emancipatori – quali quelli preannunciati nel 2011 – abbiamo amaramente constatato che il clima elettorale ha reso ancora più evidenti alcune contraddizioni interne al movimento in Italia, oggi incarnate da chi persegue giochi partitici piuttosto che concorrere ad un percorso teorico e di lotta del movimento stesso; inoltre, riteniamo opportuno evidenziare che ultimamente la lotta si è appiattita prevalentemente sul lavoro d’informazione, con il rischio della creazione di gerarchie che sembrano già stabilite: da una parte una sorta di manovalanza più o meno consapevole, che si occupa di articoli, traduzioni e simili tramite un mezzo mediatico; dall’altra elementi “dirigenziali” che si fanno interlocutori primari. Tutto ciò è evidentemente lesivo ad una crescita e ad una riflessione più allargata e condivisa, nonché a responsabilità e autonomia di chi lavora su territori diversi.

Questo preambolo nasce dall’esigenza di spiegare i motivi che, come membri del Comitato Permanente per la rivoluzione siriana, ci hanno spinti a distinguere il nostro percorso di solidarietà e di lotta da quello di soggetti “storici”, prendendone le distanze: episodi di verticismo e di accentramento arbitrario della lotta, ultimamente appiattiti su contenuti elettoralistici e di convenienza ideologica (quando non personalistica) hanno reso impossibile la collaborazione con gli stessi.

In questi anni, alla denuncia di episodi che hanno fatto emergere contraddizioni ormai insanabili, è stato risposto con arroganza e superbia a chi, come noi, faceva presenti alcuni errori in merito alla crescita lineare ed orizzontale del movimento di solidarietà.

Si è arrivati perfino alla demonizzazione di compagne e compagni da anni impegnati con coerenza al fianco del popolo siriano e dei popoli arabi.

Ad esempio di quanto affermiamo esponiamo alcuni episodi occorsi nel cammino fatto insieme a queste persone negli ultimi tre anni.

1) Crediamo che sia stato un errore quello di mettere nelle mani della politica, e per di più una politica dichiaratamente pro-Asad, tutto quanto emerso in termini di solidarietà ai siriani dopo la conferenza di Bologna dell’ 11-12 ottobre 2015, e per di più senza confrontarsi con le compagne e i compagni o chiedere una discussione in merito all’utilità di quella iniziativa. In quell’occasione Germano Monti e Fouad Rouheia presero individualmente la decisione di interpellare un noto esponente dell’M5S circa la situazione siriana, in quello che noi ravvisiamo fu un tentativo autoreferenziale di portare avanti istanze personalistiche in ambito politico-istituzionale. Infatti, in quel periodo, più che interrogare la politica asadista sarebbe stato utile rafforzarne la critica attraverso lo strumento collettivo del Comitato Permanente per la rivoluzione siriana (nato qualche settimana prima) e del cui coordinamento faceva parte lo stesso Fouad Rouheia. La ricaduta immediata di tale iniziativa fu lo scioglimento definitivo del coordinamento.

2) Ad inizio di febbraio 2016, sulla scia della Conferenza di Milano (16-17 gennaio), che intendeva ribadire un percorso rivoluzionario e un metodo orizzontale, promuovemmo una Manifestazione nazionale a Roma in ricorrenza dell’anniversario della rivoluzione siriana. Ritenemmo opportuno rilanciare questo segnale proprio in risposta ad un appiattimento contenutistico conseguente allo scioglimento del coordinamento che agevolò la pratica di accentramento messo in atto da Germano Monti e Fouad Rouheia – proprio in un momento in cui l’intervento russo in Siria rafforzava posizioni negazioniste della rivoluzione. Quando proponemmo la manifestazione agli stessi soggetti di cui sopra, nel tentativo di ricompattare e ricomporre gli attivisti italiani, non solo ottenemmo un ambiguo diniego, ma ritrovammo poi Germano Monti alla manifestazione, accompagnato dal gruppo “La Comune/ex-socialismo rivoluzionario” con il quale aveva fino ad allora collaborato nella sola Roma. Ed in quella occasione, esponenti di quel gruppo intervennero affermando che la rivoluzione era stata sconfitta, senza alcun rispetto degli stessi siriani che sostenevano il contrario.

Quindi, non solo questi due esponenti di Roma scelsero come interlocutori privilegiati “La Comune” (già cacciati per le loro posizioni dalla Conferenza di Bologna), pervenendo anche a nostra messa in guardia circa la loro pratica politica (che risponde all’agenda del gruppo dirigente), ma imposero subdolamente questi soggetti all’interno delle nostre iniziative.

3) La preannunciata mostra Caesar sui crimini del regime di Asad, invece di costituire uno strumento unificatore della solidarietà al popolo siriano, occasione di dibattito e mezzo di formazione militante di persone che costruissero nelle loro realtà territoriali a fini informativi, fu una ulteriore occasione di autoprotagonismo ed accentramento decisionale.

Germano Monti, Fouad Rouheia e Riccardo Bella gestirono l’organizzazione della mostra, per la cui promozione si avvalsero della collaborazione di Amedeo Ricucci. La mostra avrebbe fatto tappa almeno a Roma, Napoli e poi Milano. Anche in questo caso leggemmo come ulteriore prevaricazione il fatto che gli attivisti e militanti di Napoli furono messi al corrente dell’arrivo della mostra in città soltanto a cose fatte. Eppure proprio a Napoli si era creato terreno fertile per la crescita del movimento di solidarietà, in seguito all’aggressione (anche fisica) subita dai pro-Asad in piazza.

Come se ciò non bastasse, nell’estate 2016, ci ritrovammo a dover contestare la scellerata decisione d’inserire nel video di promozione della mostra una intervista ad Erri De Luca, le cui posizioni sul sionismo sono note. Questo, a nostro avviso, andava ad alimentare la falsa teoria pro-Asad secondo la quale tutta la rivolta in Siria era frutto di una cospirazione imperialista-israeliana.

Tralasciando la convenienza per Israele di mantenere al potere il regime degli al-Asad, trovammo bizzarro che la militanza pro-Palestina di Germano Monti, Fouad Rouheia e Riccardo Bella avesse potuto piegarsi ad esigenze mediatiche di visibilità, più utili per un giornalista che per degli attivisti.

4) In seguito all’attacco chimico del regime sulla località di Khan Shaykhun del 4 aprile 2017, il Comitato Permanente si fece promotore di una petizione da consegnare alla Farnesina per esigere finalmente una presa di responsabilità da parte delle istituzioni italiane. Contestualmente a questo, da Roma venne l’invito ad una manifestazione nazionale, il cui rinvio di mese in mese fino ad ottobre fu motivato dal timore di una scarsa aggregazione. Ancora una volta ci si è appiattiti sulla visibilità piuttosto che su quella manifestazione come mezzo di crescita orizzontale – ostinandosi a dialogare con realtà politiche per fare numero piuttosto che farsi mezzo di coinvolgimento della società civile circa quello che accade in Siria.

La stessa grande manifestazione del marzo 2014 dimostrò che non basta il dato numerico per informare e coinvolgere sulla Siria: le proporzioni della stessa mobilitazione non portarono automaticamente ad una conseguente crescita del movimento di solidarietà, anzi forse chiamarono noi ad un maggiore e più coerente impegno.

5) PaP e Sinistra Anticapitalista.

Quanto detto fin qui trova la sua definitiva e palese conferma sulle ultime posizioni assunte da Germano Monti e Fouad Rouheia in merito alla formazione politica “Potere al Popolo”: la pubblica dichiarazione di adesione al programma elettorale di questa lista ha gettato un velo di ambiguità sulla solidarietà tutta alla rivoluzione siriana.

Chi vive a Napoli sa da chi e da cosa è nato “Potere al Popolo”, e chi ne sono i componenti primari. Gruppi politici come Rete dei comunisti, Carc, Rifondazione comunista, il collettivo studentesco CAU, confluiti nel progetto ex-OPG e cavalcando le istanze dell’amministrazione cittadina, hanno costruito un apparato abbastanza forte e tale da proporsi come “novità” nel panorama politico ed elettorale. Chi oggi chiama al voto di questo soggetto politico sa fin troppo bene che si tratta di settori pro-Asad che per sette anni hanno taciuto sul massacro in corso in Siria, quando non partecipato direttamente alla disinformazione e alla negazione di quella rivoluzione, e al boicottaggio di ogni confronto e tentativo di dialogo.

Ora, riteniamo che un conto sia manifestare la volontà d’intercettare in “PaP” quei soggetti sensibili alla rivoluzione siriana, nel tentativo di coinvolgerli nella nostra battaglia di solidarietà; altra cosa è addebitare alla sigla stessa connotazioni anti-Asad, trascendendo la realtà oggettiva delle componenti fondanti di “Potere al Popolo”, e addirittura invitare subdolamente al voto. Di fronte alla palese contraddizione di queste posizioni ci siamo interrogati sul perché si perseguisse (ancora una volta unilateralmente) questa strada, interpellando numerose volte i “protagonisti”, senza mai riuscire ad ottenere una risposta convincente; ma anzi, assistendo ad un arroccamento su quelle posizioni e ad un progressivo accentramento di forze e di “reclutamento” di persone, il tutto teso ad escludere dal dibattito le voci dissidenti con vere e proprie operazioni di isolamento e demonizzazione. Pratiche di stalinista memoria, che credevamo condannate una volta per sempre, e che ci hanno ulteriormente allertati e spinti a denunciare il loro agire.

Dopo l’intervista di NenaNews del 14 febbraio 2018 sul medioriente a Chiara Capretti, esponente napoletana del PaP, in cui la stessa esprimeva considerazioni inaccettabili sulla Siria (e non solo), il nucleo di Napoli sentì urgente l’invito ad un confronto pubblico pre-elettorale, che facesse piazza pulita della solita disinformazione ad opera dei pro-Asad. Nell’organizzarci per questo confronto, ci siamo visti riproporre il consueto verticismo, con Monti e Rouheia che da Roma dettavano “istruzioni” sul come, cosa, quando e con chi fare quell’incontro. Tutto ciò non in un clima di collaborazione e sostegno reciproco, ma con metodi e toni dirigenziali, con l’aggravante di più o meno chiara indicazione di voto: chi sa di essere letto e seguito da un gran numero di persone in merito alla Siria, dovrebbe astenersi dall’attribuire a sigle come “PaP” fantasiose potenzialità di comprensione dei processi arabi, soprattutto considerata la chiarezza delle posizioni di “PaP” in merito alla rivoluzione siriana.

Tutto quello che è venuto dopo è stato un susseguirsi di pratiche di isolamento e demonizzazione di coloro che porgevano argomentazioni contenutistiche, definite “paranoie” da chi oggi fa parte di una enclave chiusa che obbedisce acriticamente a quello che è diventato un vero e proprio vertice.
E a chi vaneggia di una nostra presunta rinuncia al chiarimento, rispondiamo che il nostro riferimento non è e non sarà mai un enclave addomesticata a manovre politiche e verticistiche, ma gli attivisti, la società civile e quei soggetti politici/informativi/umanitari che non intendono piegarsi alle logiche fin qui denunciate.

La rivoluzione siriana come processo di autodeterminazione tuttora in atto, nato sulla scia delle primavere arabe, ha scardinato schemi politicisti che comprimevano la comprensione del potenziale delle lotte dal basso, in quelle regioni dove il dominio globale si esprime in modo più forte. La repressione di quelle lotte da parte dei regimi e degli Stati dimostra che la sola lettura “anti-imperialista” e geopolitica (nel senso convenzionalmente dato ai termini) non può bastare a spiegare e a fare emergere gli interessi che gli stessi oppressori condividono con l’Occidente. Perciò riteniamo che cadere nella trappola elettorale (cosa che sta accadendo proprio negli ultimi giorni) significa rischiare di consegnare definitivamente il dibattito nelle mani dei detrattori delle lotte arabe e delle popolazioni in generale, e di tornare indietro di sette anni.

Pensiamo che il patrimonio teorico e di lotta che fino ad ora abbiamo elaborato vada salvaguardato, rilanciato e sviluppato, e che il metodo di questo percorso debba necessariamente essere coerente con il fine.

Siamo pronti a ripartire da questo, rimboccandoci le maniche, e accogliendo tra noi chiunque sia mosso dalla stessa sensibilità umana e politica. Noi non aspetteremo il “dopo 4 marzo” per denunciare chi da sette anni sta massacrando una intera popolazione; ma soprattutto non rispetteremo l’agenda di chi da sette anni si è reso complice del massacro.

Johannes Waardenburg

Fiorella Sarti

imagine iniziale del post Tornare sempre alla Rivoluzione

Un Addio

Vi scrivo da olandese, cosa che non faccio spesso. Sono tornato in Medio-Oriente a metà-gennaio, però dopo pochi giorni ho capito che si stava giocando una partita grossa in Italia. Non l’avevo anticipato. Una “finale di Champions” per capirci.

Non sono una persona che pensa alle elezioni. Credo nel lavoro quotidiano che portiamo avanti e alla propria coerenza. Là fuori ci sono i datori di lavoro e ci sono le istituzioni, però quello che ci portiamo dentro è un patrimonio unico, il motore della nostra esistenza.

Esistono tuttavia momenti in cui il contesto nel quale vivi viene scosso da un “terremoto”: senza volerlo sei proiettato nel diventare o meno protagonista del tuo contesto. C’è il risveglio all’impegno politico insomma: quello generale – non quello partitico. Chiamalo “impegno civile”. Una cosa simile può avvenire anche sul posto di lavoro, quando il sito di produzione decidono di chiuderlo. C’è la necessità di un riscatto. Una possibilità.

Sei davanti ad una scelta: diventare protagonista – umile – del divenire comune, oppure rassegnarti a subire le scosse di assestamento.

Sono una persona che reagisce in generale, anche se qualche volta invidio la gente che si rassegna..

Ora da cittadino straniero ho creduto nel riscatto in Italia, a continuo a crederci. Guardo alla storia geniale di questo vostro vasto territorio: questo mi permette di sorridere a chi invece è pessimista e cinico, dare lui una pacca sulla spalla.

Si è ripetutamente detto che in Italia siamo in pochi a sostenere la causa della Rivoluzione siriana.

Si è detto più volte che sarebbe importante costruire una rete nazionale efficace che potesse contrastare le ignominie della propaganda pro-Asad.

Abbiamo sottolineato il desiderio di costruire maggiori sinergie tra di noi.

Quale migliore opportunità che una elezione politica nazionale in cui esponenti pro-Asad di vecchia data stano manipolando una nuova generazione di militanti impegnati sul territorio, per fare esplodere le contraddizioni avversarie e per allargare la nostra platea di ascolto?

Forse perché ho studiato ingegneria, ho fatto uno più uno.

Ma lo poteva fare qualunque, non era una equazione difficile.

Questo ben prima della campagna di bombardamenti intensi attuali sulle popolazioni civili della Ghouta, di Afrin e nella provincia di Idlib.

Ho messo in conto che gli amici storici della causa siriana erano esausti. Non abbiamo perciò voluto costringere nessuno di loro a partecipare. Che la nostra iniziativa fosse una mossa utile a tutti invece ci sembrava acquisita.

Però è andato diversamente, molto diversamente.

Abbiamo rotto le uova nel paniere a qualcuno, senza pregiudizialmente volerlo. Siamo stati trascinati in confronti che sono sembrati vecchi litigi tra imbecilli.

Si è perso totalmente di vista la questione di fondo. Ingenuamente abbiamo accettato a monte che non partecipaste – per impegni vostri – però la nostra umiltà si è poi storta contro di noi.

Infatti, dal momento che siamo stati accusati ingiustamente di progredire querelle tra persone, ci avete mollate. Non avete riconosciuto il valore del lavoro di principio che stavamo portando avanti.

E’ nato una grande solitudine, un rammarico, una tristezza.

Una rabbia quasi.

Ha senso informare sulla Siria e non rispettare chi cerca di impedire che esponenti “di sinistra” vengano eletti al Parlamento nella 18esima legislatura? E’ vero ciò comportava un confronto con chi nel movimento di solidarietà ha scelto invece di accompagnare le elezioni di impresentabili nelle istituzioni.

Non eravate preparati a questo confronto forse, magari non l’avete capito. Qualcuno non ha voluto capire perché ormai pensa a iniziative personali future.

A noi ci hanno bombardato di fango intanto. Un po’ di Siria a casa nostra.

Perciò non ce la faccio. Non riesco a fare finta con chi è rimasto a guardare. Quasi complice della mattanza.

Ve l’ho scritto da Olandese. Come persona che non avrà mai niente da guadagnare da l’Italia come funziona oggi, semplicemente perché porta un cognome straniero.

Lettera ad un compagno stanco di Milano, oltre l’insignificanza di Sinistra Anticapitalista:

Caro, spero che stai meglio.

Sai, ci ho ripensato a quello che mi hai scritto ieri sera.. Devo essere sincero: non condivido il pessimismo che puoi esprimere tu o qualunque altro compagno che stimo. Per due motivi: non sta vincendo il regime del boia in sé, ma stanno vincendo le potenze sue alleate: Russia, Iran, Turchia che hanno mandato truppe per ritagliarsi pezzi della Siria a proprio vantaggio. Certamente, sotto-sotto il regime continua a massacrare, è ovvio. Però dovesse venire meno il sostegno estero, Bashar si scioglie come ghiaccio al sole.

Chiaramente di tutto ciò sarebbe necessario dibattere e dovremmo approfondire, però qualunque spazio collettivo di confronto tra di noi è stato monopolizzato dai romani gli ultimi due anni per focalizzare il paese sulle iniziative dettate da loro.

Le invasioni già avvenute della Siria porteranno una doppia contraddizione: interna alla Siria – come verrà tollerata questa occupazione a medio-termine? Porterà tensioni, lo sai quanto lo so io. Poi, in quanto Stati proto-imperialisti, questi tre attori si portano le contraddizioni dentro casa: è già evidente nel caso iraniano; però anche Putin teme come la morte un ripetersi dello scenario sovietico dell’Afghanistan.

Aggiungo, non ho il lusso di mollare, perché fin quando un siriano che combatte davvero per la Libertà resta in piede, noi occidentali opulenti dovremmo essere almeno in due, cioè il doppio!

Però non ti voglio fare una testa di chiacchiere, sei più grande di me, hai più esperienza e conosci meglio le dinamiche italiane. Dunque la mia stima e il mio rispetto rimangono immutati. Ti chiedo solo una cosa, e lo faccio con umiltà: non ci cascare più nelle manovre mediatiche dei “grandi di Roma”, che essi siano giornalisti o attivisti conosciuti!

Quelle iniziative promosse a fini propri, quasi elettoralistiche, non hanno giovato alla costruzione capillare di una consapevolezza rivoluzionaria in Italia, solidale con i siriani.

Servono dei circoli, non dei capi cantiere!

E’ so quanto i circoli siano difficili da costruire e consolidare: StUpRS sono sette anni che combattiamo con gli imbecilli! Oppure con chi si gode lo statuto dello studente benestante.

Comunque, e chiudo: rispetterò la tua scelta qualunque essa sia. Però non mi troverai a difendere altre iniziative nazionali che non siano partite dai territori e che confluiscano da lì. Non dettati da “grandi” di Roma cioè.

Sono un cittadino straniero questo sì, ma per questo sono anche immune a certi canti delle sirene.

ti stimo e ti voglio bene, un grande abbraccio,

Paulo

Eccoci arrivati all’essenza della questione « Siria » : Prospettive per il 2018

Il collettivo dell’Orientale di Napoli si è distinto in questi anni sullo scenario italiano per più motivi. Qualcuno ci ha addirittura definiti la « pecora nera » delle realtà che agiscono a sostegno della popolazione siriana.

Non ci siamo mai allontanati dal messaggio originale che i siriani hanno mandato alla comunità globale nella primavera del 2011 – quando era ormai chiaro che il regime non avrebbe fatto nessuna mossa seria per avviare delle riforme. Abbiamo ripreso a nostro conto i valori di Libertà, diritti, Giustizia sociale e lavoro che i siriani reclamavano ad ogni raduno in piazza. Considerato la loro condizione di vita reale, esse rappresentavano delle istanze rivoluzionarie.

Sono valori universali, sanciti dai tratti internazionali di cui l’ONU è depositaria.

Da subito ci siamo posti il problema di come agire concretamente per fare sentire alla popolazione civile siriana che essa non era sola davanti alla mattanza, che già si stava consumando. Siamo stati ostacolati però dai pro-Asad nel nostro ateneo e in città. Questa battaglia ideologica si è spostata nelle aule e nelle piazze, come riconquista di un necessario spazio di libertà cittadino.

Quando è diventato chiaro che le istituzioni internazionali non sarebbero intervenuti per salvare i civili siriani dal genocidio, e che lo Stato d’Israele era l’attore principale che dietro le quinte pillottava il Consiglio di Sicurezza dell’ONU verso l’auto-sospensione, qualcuno si è depresso.

Altri sono continuati su questo camino tutto in salita dal momento che in Italia non prendeva un movimento di solidarietà laico con la Rivoluzione in atto in Siria. Come girare lo sguardo dall’altro lato quando era chiaro la catastrofe epocale che si stava consumando sotto ai nostri occhi?

Non tutte le generazioni si trovano di fronte al bivio della Storia : stare dalla parte del torto, del crimine o stare dalla parte dell’Umanità ?

Oggi stiamo finalmente assistendo ad un fattore del tutto nuovo nell’equazione siriana. Uno dei maggiori protagonisti internazionali che mantengono in piedi il guscio vuoto del regime conosce un movimento sociale di protesta senza precedenti su questioni economiche e di politica estera.

Nessuno sa se il regime degli Ayatollah riuscirà a reprimere nel sangue le proteste di piazza odierne, come ha fatto nel 2009-10 con il « movimento verde ».

La certezza però è che questa sia l’unica strada percorribile per portare un futuro di Libertà in Siria : portare le contradizioni del conflitto contro il popolo siriano nel cuore dei tre paesi maggiormente responsabili della carneficina : la Russia, l’Iran e lo Stato d’Israele. Se loro si ritirano dai giochi il popolo avrà campo libero finalmente.

Il fermento nella popolazione iraniana ci sta indicando in queste ore la reale possibilità che ciò si avveri.

Rimaniamo però prudenti e umili, ma sempre attenti e determinati.

Per approfondire maggiormente il ruolo che possono giocare anche le nostre diverse associazioni territoriali per influenzare questioni di politica internazionale, dalla portata di quella siriana, il collettivo dell’Orientale desidera sin da ora invitare le realtà italiane impegnate in prima linea a partecipare ad una Conferenza nel nostro ateneo, con il contributo di esponenti esteri, da tenersi nel corso del nuovo anno.

In attesa della vostra risposta, auguriamo a tutti con il cuore siriano, un anno 2018 di riscoperta della felicità!

Napoli, 31 dicembre 2017

Conferenza studentesca – mozione internazionalista

Lo sappiamo che siete depressi,

Che tutti intorno a voi vi dicono che non si può fare niente per il popolo siriano,

Al massimo qualche aiutino umanitario, o qualche donazione..

Che è tutto una questione di tempo perso. A questo punto.

Siete liberi di credere a questo cinismo ambiente, che fa tanto comodo a quei docenti che non osano esprimersi e ai giornalisti che riducono la realtà soltanto a ciò che è effimero.

In Italia si è liberi, dunque siete liberi di deprimervi.

Però siete anche intelligenti e capaci, considerato che per 3/5 anni vi dedicate all’apprendimento di lingue e culture “esotiche”.

Siete così intelligenti da capire che la situazione siriana è molto intricata e complessa.

Però preferite prendervela un po’ comodo, non scervellarvi troppo e cullarvi piuttosto nella diceria che tanto non si può fare niente.

Davanti all’incognito preferite la sicurezza delle vostre abitudini passate di socializzazione – per ammobiliare il vostro tempo “libero”.

Da adulti in futuro sarete confrontati come mille difficoltà, dunque ora pensate a godervi qualche momento di relax.

Bene, questo atteggiamento isola maggiormente il popolo siriano e chi cerca di escogitare una soluzione a lungo termine per la regione. Questo lo sapete quanto noi.

Però ciò non è il vero problema: siamo abituati a lavorare in solitudine come gli artigiani – fino a notte fonda.

Non chiedere dunque agli Studenti Unior con parsimonia cosa si potrebbe fare qua in Occidente per fare cadere l’asse Putin-Ruhani-Hizbullah-Asad in Siria, chiedetevi piuttosto perché aspettate dagli altri che vi dicano cosa fare.

Se la situazione è così intricata e volatile, sarà che ci sono migliaia di possibili canali d’intervento? oppure no? Davanti a un intero continente in trasformazione, non riuscite ad avere un minimo di fantasia anche voi su come promuovere l’autodeterminazione in questo vasto territorio??

Sareste studenti di collegio, non studenti universitari.

Continuare a scaricare sugli altri la vostra passività perciò non serve.

Gridate piuttosto ad alta voce: in questa società voglio essere soltanto una foglia. Che il vento mi porti dove vuole lui!

Infatti, non è necessario essere liberi o dotati di volontà propria.

E’ anche questo il bello di essere nati con la possibilità di scegliere.

Napoli, 28 luglio 2017

Testimonianza:

Davanti al materiale d’indicibile malvagia – veicolato dalla propaganda del regime – che ieri è stato condiviso sulla nostra lobby, devo fare una confessione. Anzi, fare un gesto di umiltà.

In tutti questi anni non sono stato capace di prestare attenzione a queste fonti. E’ stato proprio una incapacità mia. Per chiunque abbia un cuore umano sano, leggere di questa perfidia è una tortura.

Stavo a Damasco a marzo 2011 e ho visto con i miei occhi la portata di rinnovamento della rivoluzione siriana. L’ho visto innanzitutto nell’insicurezza del regime: per la prima volta aveva perso l’iniziativa. Stava sulla difensiva su tutti i fronti.

Costretto di tornare in Europa, ho seguito il dibattito nostrano. La propaganda pro-Asad ha cominciato a girare a pieno regime dopo l’inizio del 2012. Per un anno ho cercato il confronto con gli ambienti storici della sinistra italiana, al livello di militanza – non avendo contatti nelle sfere dirigenziali.

E’ stato inutile. Perché mancavano tre elementi: la conoscenza storica e sociologica approfondita del Medio-Oriente, la volontà di elaborare un pensiero coerente e la capacità di staccarsi dall’informazione immediata veicolata dai mezzi d’informazione pro-regime.

Soltanto ora mi rendo conto dello sforzo immane che hanno fatto invece coloro i quali questo confronto l’hanno continuato a portarlo avanti. Penso in primo luogo a persone come Lorenzo Trombetta, Germano Monti, Lorenzo Declich, Mary Rizzo, Alberto Savioli, Samantha Falciatori, Fouad Roueiha,… e ne dimentico tanti!

Personalmente ho voluto privilegiare insieme ad altri la necessità di ripensare il destino di tutta la regione, considerato che non si tornerà più indietro in Siria – cioè alla situazione pre-marzo 2011. Non è prematuro farlo perché il futuro si costruisce nel presente; per altro lo facciamo senza sostituirci alle popolazioni locali impegnate in prima linea, piuttosto mettendo loro a disposizione le nostre competenze.

La Siria di oggi assomiglia per certi versi a quello che è stato il destino della Polonia dopo il trattato di Versailles del 1815: cioè è scomparsa come protagonista indipendente – anche se il regime cercherà sempre di riscattarsi in un modo o un altro!

Non mi dilungo, che non è questo il luogo, voglio solo testimoniarvi il mio profondo rispetto, e la mia sincera stima.

un militante napoletano

Della difesa dei diritti umani in Siria e dell’ amnesia collettiva

Il 2016 è stato ricco in Italia di eventi in solidarietà con il popolo siriano: dall’incontro a inizio anno a Milano, alle manifestazioni ovunque a dicembre per denunciare i crimini contro l’Umanità ad Aleppo, passando ovviamente per l’approdo della mostra Caesar nella nostra penisola!

E’ perciò evidente che un tessuto sano di attivisti e di esponenti della società civile esiste nel nostro paese, e questo è un dato molto rassicurante. Non era infatti scontato poiché i due attori statali presenti sul nostro territorio (le istituzioni della Repubblica e il Vaticano) non hanno mai tagliato del tutto i ponti con il potere dittatoriale a Damasco – rapporti che per certi versi invece sembrano andarsi a consolidare..

Per altro, il contesto della denuncia pubblica in Italia è quello che è: si è accerchiati! Le forze politiche e sindacali nostrane non sostengono le aspirazioni legittime della popolazione siriana, i settori produttivi sono piegati su guadagni che gli Stati repressivi della regione Medio-Orientale garantiscono loro, il mondo mediatico funziona a compartimento e le forze antagoniste quando non sono del tutto accecate credono che il destino del Medio-Oriente si giochi sostenendo l’autodifesa dei curdi (almeno quando la questione Palestinese faceva da fattore trainante questa trascendenza aveva un fondamento storico-politico).

1. Un movimento di solidarietà maturo, consapevole della posta in gioco e all’altezza del sacrificio fatto da milioni di siriani, avrebbe parlato di tutto ciò. Ci si sarebbe confrontato, forse diverse opinioni si sarebbero scannate tra di loro – a dimostrazione della forza democratica dei valori che difendiamo. Invece questo dibattito si è voluto assolutamente evitarlo, non si è costruito momenti di confronti sereni dopo l’incontro di Milano a gennaio.

Perché è mancato questo salto di qualità ai noi italiani, e a noi italo-siriani – malgrado per tutto l’anno si sia parlato di Siria quotidianamente sui media, senza che venisse peraltro ostentato lo spauracchio del radicalismo religioso musulmano?

La triste verità è che è prevalsa lo spirito di competizione, sulla capacità di pensare insieme il nuovo.

Quando più di un anno fa, a seguito dell’incontro internazionale di Istanbul, lanciai l’invito a federare le nostre forze in Italia, ho peccato d’ingenuità. Devo ammetterlo. Non avevo idea del livello di competizione e di campanilismo che esistesse tra le diverse realtà qui da noi che si rifanno alla lotta dei siriani per la Libertà.

Come non ammettere dunque che la prima sensazione che ti assale è la tristezza? Davanti alla tragedia in corso si è litigati su chi sarebbe diventato l’ambasciatore della Coalizione in Italia, sulla necessità o meno di utilizzare il termine rivoluzione per caratterizzare lo sforzo immane che i siriani realizzano, sulla fede in una personalità conosciuta per rappresentarci, sui canali di finanziamento, sulla natura del rapporto con le istituzioni locali, etc. In effetti si è litigati, nella miglior tradizione dell’impotenza all’italiana.

In tutto ciò, c’è stato chi ovviamente ha voluto recuperare la dinamica innescata a proprio vantaggio, per rafforzare la propria visibilità. Cercando poi di fare piazza pulita di tutto quello che non sarebbero servito per la crescita del proprio ego.

Ma vi rendete conto?? La cosa incredibile poi in tutto ciò è che in Italia la realtà solidale con la popolazione siriana non ha fatto altro che accrescersi, quantitativamente e qualitativamente. Cioè: mentre i famigliari litigano, il bambino (maschio e femmina) cresce!

Quanta energia sprecata dunque;

comunque.

2. In merito invece al richiamo del rispetto dei diritti umani in Siria come moto da adottare per tutto il movimento di solidarietà italiano, farei la valutazione seguente:

a) chiaramente suona meglio nel quadro istituzionale ed è dunque comprensibile che dei giornalisti ad esempio usino questa formulazione per parlare della “realtà” siriana, piuttosto che parlare di autodeterminazione e repressione di Stato. Con l’augurio ovviamente che ciò sia una scelta terminologica e non strategica.

b) va tuttavia fatto presente che l’ente internazionale che deve monitorare il rispetto dei diritti umani in Siria sono le Nazioni Unite (e non il governo italiano). Non lo ha fatto storicamente e ha continuato a non farlo dal 2011 in poi perché appoggia sostanzialmente chi esercita in modo “istituzionale” e con qualunque mezzo il controllo del territorio e della popolazione. Il rischio esiste perciò di parlare soltanto “a vanvera”, cioè con pochi risultati riscontrabili.

c) il consiglio dunque che possiamo dare, a chi adotterebbe tale moto, è di chiamare contemporaneamente a una rivalutazione del ruolo delle Nazioni Unite nel garantire il rispetto dei diritti umani.

Se una tale apertura concettuale è eventualmente troppo impegnativa per gli organizzatori stessi si può ipotizzare che venga data la possibilità ad un’esponente del pubblico di porre la questione in questi termini.

Con l’augurio che ciò possa servire a risolvere i dubbi che sono venuti ad alcuni, vi auguro a tutte e tutti un buon anno di Solidarietà con il popolo siriano insorto!

JST Waardenburg

Napoli, 10 febbraio 2017

Poesia

riesci, fai, dove vai?

Studi, ti laurei, esci ti lasci

una generazione in bilico

il mondo attorno a te non c’è

è svanito

passo dopo passo avanzi

anzi.. non lo sai

la famiglia, gli amici, i Professori e gli amori

spingono a spintoni.

Poi c’è tutto il mondo che finisce,

l’ecosistema che molla,

l’UE che abortisce,

l’America che sparisce

Emigri perché non si è pigri,

ti accontenti, impari e indovini

capisci tutto

non c’è scritto, però così è

si esce, si balla, si fa sesso

la vita è

il futuro non c’è

così sembra

per ora

Relazione Conferenza “Il caso Siria – Insieme per aiutare i Francescani di Aleppo”

Il Collettivo Studenti Unior pro Rivoluzione siriana ha partecipato in qualità di spettatore alla Conferenza “Il caso Siria”, tenutasi nella Sala Teatro dell’Associazione Culturale Don Fabrizio De Michino, venerdì 18 novembre.

I relatori della conferenza erano:

Paolo Martino, documentarista e reporter che da anni frequenta e si occupa di medio-oriente;
Sami Haddad, professore di lingua araba all’Università L’Orientale di Napoli;
Elena Iacomino, coordinatrice del progetto “La culla della carità”.
Mediatore dell’incontro è stato Claudio Silvestri, giornalista e segretario del Sindacato unitario giornalisti della Campania.

L’incontro è stato organizzato da don Doriano Vincenzo De Luca, della parrocchia Immacolata Concezione, Capodichino – Napoli.

La conferenza apre i lavori con una breve introduzione del moderatore dell’incontro, il giornalista Claudio Silvestri, il quale afferma da subito che la sua partecipazione è dettata dalla voglia di comprendere dalle voci degli ospiti ciò che realmente sta avvenendo in Siria da cinque anni a questa parte. “I giornalisti – sottolinea- si occupano della libertà di tutti, degli altri giornalisti, ma in generale di tutti gli uomini”. Le prime battute dell’incontro vengono dedicate, dunque, alla necessità di capire come si è arrivati a questo scempio in Siria e a questo enorme numero di morti e rifugiati.

Il primo intervento è quello di don Doriano, già organizzatore di una conferenza che si occupava di Aleppo. Il suo “progetto” è quello di creare un percorso di formazione e informazione sulla Siria. La serie di incontri che sta organizzando segue naturalmente la Chiesa latina in Siria, ma la sua personale missione è quella di fornire alla gente di periferia la possibilità di discutere di temi importanti e internazionali, che toccano non soltanto problemi geopolitici, ma più semplicemente l’umanità e i valori del rispetto dell’essere umano. Quello che il parroco dell’Immacolata sottolinea è che questo percorso di formazione e informazione non parte da nessuna posizione preconcetta, non vuole appoggiare nessuna “fazione”, ma ha lo scopo di portare avanti un discorso sul medio-oriente che è terra di cultura e d’origine della religione cristiana e in quanto tale deve interessare tutti i fedeli. Le differenze presenti all’interno del medio-oriente devono, secondo don Doriano, essere motivo di convivialità e non di scontro. Convivialità significa sviluppare concetti di rispetto e convivenza pacifica, ma soprattutto di condivisione. Il lavoro deve partire dal basso, dalla popolazione, perché è proprio questa che viene sfruttata e strumentalizzata dai potenti. Questa operazione naturalmente richiederà molto tempo, ma permetterà di ottenere risultati importanti. “Aleppo-dice- ad oggi è come Berlino nella Seconda Guerra Mondiale [… ], una città simbolo di sopraffazione e di una guerra inutile, come lo sono tutte le guerre, certo! Ma questa lo è ancora di più”.

Il secondo a intervenire è stato Paolo Martino, documentarista e reporter che da 10 anni si occupa di medio-oriente. Il suo lavoro si basa sul viaggio, nell’attenzione scrupolosa verso questo fenomeno che ha motivazioni diverse a seconda delle persone. Nel suo discorso cita le primavere arabe, che ha vissuto in prima persona e che erano sentite come “una boccata d’aria fresca in tutti i paesi interessati”. Anche la Siria ha partecipato a questo movimento pacifico e di richiesta verso i propri governanti, ma come riporta lo stesso Martino, con il passare del tempo la situazione è diventata sempre più difficile. Difficile era entrare nel paese e anche per questo l’attenzione verso la Siria è andato sempre più sgretolandosi. Dice ancora :” Perché in Siria non si è fatto nulla? C’è stato un immobilismo che toglie le parole. Sembra che la Siria sia su un altro pianeta e invece è nel Mediterraneo, proprio vicino a noi”. Il suo lavoro si è quindi spostato, mantenendo sempre il tema del viaggio, sui rifugiati e sulle loro storie, che in un modo o nell’altro lo hanno portato a parlare di nuovo di Siria.

L’intervento centrale dell’incontro e sicuramente quello più atteso dagli ospiti e dal pubblico è stato quello di Sami Haddad, professore di lingua araba all’Università L’Orientale di Napoli. Il suo intero contributo alla Conferenza è stato volto a fare chiarezza su ciò che dal 2011 sta succedendo in Siria. Il professore ha accennato brevemente alla cronologia della rivoluzione, parlando della sua prima fase, e delle manifestazioni pacifiche dei siriani che chiedevano democrazia e diritti al regime e che sistematicamente sono state represse con la forza e una brutale violenza. Ha parlato delle potenze internazionali, di Iran, Russia e Stati Uniti e di tutte le forze oggi presenti sul suolo siriano. Ha chiarito chi sono i ribelli e le frange islamiste. Alle domande sull’Isis, il docente ha risposto con chiarezza, affermando che gli ideali propugnati dai terroristi dello Stato Islamico, come anche da altre fazioni islamiste, non appartengono in alcun modo alla popolazione e alla cultura siriana e che tali idee violente e limitanti non potrebbero mai attecchire in un paese in cui il rispetto della multiculturalità è alla base delle relazioni sociali.


Il professor Haddad ha parlato di un profondo senso di solitudine che i siriani hanno vissuto in questi anni, in cui si sono sentiti abbandonati dalla comunità internazionale e di come questi eventi e conferenze, che ad oggi si fanno, diano finalmente la possibilità ad un popolo di esprimere le proprie legittime rivendicazioni democratiche e di rendere noto il dolore che hanno vissuto e vivono vedendo il proprio paese martoriato. “La Siria-dice- si trova in un posto disgraziato. Abbiamo avuto un regime per 40 anni e in questi anni di regime le persone sparivano, venivano torturate e morivano”. Ecco il quadro che si delinea: anni di repressioni e soprusi nascosti e anni, questi ultimi cinque, di violenze palesi agli occhi del mondo, accompagnati però da un silenzio assordante della comunità internazionale. Sami Haddad, nel suo intervento alla Conferenza, ricorda padre Paolo Dall’Oglio, uomo simbolo e voce di quella Siria che sapeva e sa vivere le sue differenze culturali e religiose pacificamente.
Quella in Siria, infatti, non è una guerra di religione, è una guerra per il potere e purtroppo, va detto, segue una logica già nota, che è quella della spartizione. Ne risulta, in conclusione, la volontà delle potenze internazionali di ridisegnare la mappa geopolitica dell’area con il sangue dei siriani.

Ultimo intervento è quello della Coordinatrice del progetto “La culla della carità”, Elena Iacomino. Nel suo brevissimo intervento ha parlato delle attività che il progetto svolge a Secondigliano, quartiere molto difficile e tristemente noto alla cronaca per casi di Camorra, ma che nonostante questo dimostra una straordinaria generosità. Anche quest’anno, come per quello passato, gli incassi delle donazioni saranno devoluti al Francescani siriani, precisamente di Aleppo, che ancora oggi risiedono nella città per aiutare le comunità con quel che possono. La coordinatrice Iacomino chiude il suo intervento invitando il pubblico a recarsi alla sede nella parrocchia dell’Immacolata per acquistare e fare donazioni per aiutare Aleppo.

Alla fine della Conferenza possiamo dirci soddisfatti. È stato un incontro teso alla conoscenza e all’informazione. Finalmente, grazie alla voce di un siriano, si è parlato dei crimini del regime e si è posta la giusta attenzione sulla violenza che si sta perpetrando ormai da troppo tempo in Siria. È stato possibile anche mostrare questa distruzione, grazie a due filmati trasmessi dal professore dell’Orientale, che mostravano le macerie- e non più città- di Homs e Aleppo est. Il pubblico, accorso alla Sala Teatro dell’Associazione Culturale Don Fabrizio De Michino, ha potuto vedere cosa sta succedendo in Siria e ha potuto ascoltare da Sami Haddad cosa è stata la Siria negli ultimi 40 anni.

In conclusione, possiamo dire che la Conferenza è stata davvero un momento di formazione e informazione, come si prefiggeva l’organizzazione di don Doriano, e speriamo di ritrovarci nuovamente a parlare in questi termini della Siria e del genocidio che la sua popolazione ancora sta subendo mentre noi scriviamo.

QUESTION TIME & APPROFONDIMENTI

Quando

IL COLLETTIVO

STUDENTI UNIOR PRO RIVOLUZIONE SIRIANA

SI APRE ALLA COLLETTIVITÀ

Chi ha seguito la prima tappa della trasferta del Presidente del Consiglio Renzi nelle cancellerie occidentali (metà ottobre 2016) avrà colto un elemento di rilievo per tutti noi:

l’Italia vestirà sempre di più il ruolo di Perno per gli equilibri Mediterranei e Meridionali – è stato “eletto” a questo compito infatti dal Presidente statunitense uscente Obama, che sta preparando il passaggio di consegna alla Clinton, pro-israeliana per eccellenza. Tutto ciò avviene in un contesto di fragilità dell’UE senza precedenti, con il fuoriuscita della Gran-Bretagna e la crisi economica endemica che favorisce riflessi totalitari e xenofobi.

Detto tra noi, anche la Polonia è diventata sempre di più un partner di rilievo per gli USA – più per una questione territoriale che sistemica in quel caso. Con la benedizione della – solita – Chiesa Universale (cattolica) di Roma.

C’è chi scappa dall’Italia per causa delle mille difficoltà e della mancanza di lavoro stabile. E c’è chi userà l’Italia come regia diplomatica-commerciale-militare per regnare.

Come ben sappiamo però, l’Italia è furbetta e attua una politica dei contrasti favorendo tanti attori contendenti nella regione Medio-Orientale: Iran, Israele, Russia.. A parte ospitare basi Nato sul proprio suolo.

Noi italiani siamo, che facciamo?

Sembra che davanti a noi ci siano serie perturbazioni in arrivo. Per di più, sono sempre attivi i pro-Asad, pro-Ruhani e pro-Putin che cercheranno di imporre concettualmente – con la prevaricazione e la violenza fisica – le dittature militari. Come sedicenti alternative alla Nato.

Bel menu in prospettiva insomma! Indigestione garantita.

E se noi di Studenti Unior pro-Rivoluzione siriana invece continuassimo semplicemente per la stessa strada che percorriamo da 5 anni: coniugare emancipazione delle popolazioni “lontane” con l’emancipazione in Europa – Italia compresa? Una visione quasi poetica..

Se sono rose fioriranno

Napoli, 19 ottobre 2016

 

1. Question time 23/10/2016

 

(Nell’ambito di una presentazione che ha ripercorso le diverse fasi della Rivoluzione e della repressione di Stato in Siria dal 2011:)

Perché usiamo il termine Rivoluzione: è quello che caratterizza meglio il protagonismo storico della popolazione civile siriana che dal mese di marzo 2011 sta cercando di reinventare la propria società, il proprio paese, le proprie comunità – rifacendosi ai valori universali di Libertà, Autodeterminazione e Giustizia Sociale. Siamo solidali con questa lotta di liberazione ideale, in quanto ci riconosciamo in quei valori, in quella società umana e perché siamo esterrefatti dalla repressione di Stato (internazionale) messa in campo!

La Rivoluzione siriana ha creato un nuovo mondo della solidarietà (internazionale), dell’aiuto alle popolazioni, della denuncia pubblica, della cogestione, dell’autodifesa, dei media, del giornalismo, dell’economia, di scambio tra i territori, di inclusione, di partecipazione, di protagonismo pubblico delle donne, di diffusione regionale – che messe insieme si colgono meglio attraverso l’Arte liberata. Sono stati accantonati per sempre la paura del prossimo e il terrore di Stato, che erano endemiche sotto al regime, per questo anche definito “Stato mafioso”.

Precisione: quello che è avvenuto in Siria nei territori “liberati” dal regime – parliamo, a periodi, di più di 70% del territorio nazionale – è opportuno distinguerlo tra autorganizzazione genuina e gestione a distanza da parte di attori internazionali o regionali non-rivoluzionari. Anche dopo aver estirpato il regime dalle proprie città, il popolo siriano infatti si è ritrovato a dover fronteggiare spesso un nuovo nemico che ha voluto condizionare con una violenza repressiva di vecchio stile l’autodeterminazione in corso. Il caso emblematico e più conosciuto è quello del’ISIS (Islamic State of Iraq and the Sham, anche chiamato ISIL o Daesh).

Per una aggiornata cartina che mostri l’attuale spartizione dei territori siriani si può consultare ad esempio: http://syriancivilwarmap.com/

 

In seguito sono sorte le seguenti domande:

 

-“Sham” è un altro modo per dire “Siria”? Da dove viene questo nome?

Il termine “sham” ha un senso etimologico che indica “a sinistra”. Viene utilizzato per indicare i territori a sinistra quando uno sta nelle città sante di Medina e Mecca e guarda ad est. Ricopre dunque tutti quei territori che stano dalla Giordania-Palestina a salire. E’ un termine geografico molto vasto che è diventato però sinonimo di Damasco considerato che è la città centrale in tutta questo vasto territorio.

Da chi era formato il partito di Bath nel 1963? Quali erano i suoi ideali? Perchè instaurò lo stato di emergenza?

Il partito Ba’th è un partito nazionalista arabo che voleva implementare politiche socialiste che rispettassero però l’assetto culturale musulmano. Nasce alla fine degli anni ’40 e avrà sezioni distaccate nei vari paesi arabi. Non riconosce queste divisioni territoriali del vasto mondo arabo, e spera in una riunificazione sotto una unica veste. Però i principi di base vengono abbandonati nel corso degli anni e quando i militari prendono il potere in Siria nel 1963, dicono di appartenere al Ba’th ma in effetti pensano in primo luogo a consolidare il potere nelle mani dell’esercito. Attueranno alcune riforme strategiche come quella agraria ad esempio per garantirsi una base sociale ampia. Perciò venne instaurato lo Stato di emergenza, perché questo consente loro di reprimere chiunque la pensa in un altro modo. E’ l’inizio dunque di una dittatura militare.

Era corretto parlare di guerra civile siriana nel 2012?

Una definizione di guerra civile ha i suoi parametri. L’abbiamo voluto sottolineare per evitare di mettere tutti sullo stesso piatto della bilancia. Spesso quando si parla di “guerra civile” si pensa che tutti danno addosso a tutti: che tutti sono cattivi e violenti insomma. Invece nel caso siriano non è così perché c’è di mezzo una popolazione che non ha mai voluto un conflitto armato: è il regime che gliel’ha imposto.

Cosa implicò l’accordo tra Russia, regime siriano e USA nel 2013?

L’accordo del settembre 2013 tra regime, Russia e USA implicava lo smaltimento di tutto l’arsenale chimico del regime in acque internazionali su delle navi affrettate specialmente a tale scopo. Venne anche imposto alla Siria di sottoscrivere gli accordi internazionali per bandire l’uso delle arme chimiche. In compenso gli USA chiusero un occhio sulla riconquista territoriale dell’arteria autostradale sud-nord che avrebbe permesso al regime di portare le arme chimiche dalla capitale Damasco – dove erano in gran parte conservati – fino al porto Mediterraneo di Latakia. In seguito il regime ha usato le bombe a cloro che non rientrano in quei accordi e che comunque bruciano orribilmente la pelle delle vittime.

Chi sono gli Hizbullah libanesi?

Hizbullah” sta per “partito di Dio” può essere definito come un partito paramilitare sciita. E’ nato nel 1982 ed il suo centro è in Libano. Gli Hizbullah sono attivi militarmente in Siria a fianco del regime, sostenuti entrambi dall’Iran. Il rapporto con la Palestina è complicato, essendo che operano innanzitutto per volere di Teheran, che ufficialmente vuole male ad Israele ma che è interessato innanzitutto alla propria egemonia regionale. Ad esempio, Hizbullah e l’Iran hanno sostenuto la repressione dei Palestinesi che abitano in Siria (dal 1948 esiliati come conseguenza della creazione dello Stato d’Israele: vivono in campi profughi che sono diventate delle vere e proprie città con il passare dei decenni). Questa repressione è voluta apertamente dal regime dal 2011, il caso più noto è la distruzione dell’intero rione di Yarmouk (chiamata anche “la piccola Palestina”), non lontano dal centro storico di Damasco.

Che cos’è il governo al-Maliki

Nùri al-Maliki è un politico sciita iracheno che ha dominato la scena politica per quasi dieci anni dopo l’invasione dell’Iraq. Prima ha collaborato con gli Americani e poi con l’Iran. E’ stato dunque l’anello di congiunzione tra le due dominazioni del dopo-Saddam Hussein in Iraq, quella statunitense prima e quella iraniana dopo.

Perché l’Iran aveva l’embargo? E perché le potenze occidentali volevano trovare un accordo col governo iraniano?

L’embargo all’Iran fu istituito perché si temeva che avesse un programma di armi nucleari. Invece non era così, dunque hanno cominciato a togliere alcune restrizioni piano piano.

Per cosa stanno le sigle SAA e SDF?

Syrian Arab Army, le forze armate nazionali. Quello che ne è rimasto combatte in campo lealista a difesa del regime. Syrian Democratic Forces, alleanza di milizie organizzate dagli USA, che combattono contro Daesh nell’nord-est della Siria – di cui la componente principale sono le forze curde del YPG. L’ SDF non è frutto del processo rivoluzionario come lo può essere invece il Free Syrian Army (FSA); gli SDF cercano di conquistare un proprio territorio e non di liberare tutta la Siria dal regime degli al-Asad.

Che rapporto c’è tra popolazione curda e popolazione siriana? Cioè, stanno dalla stessa parte o si portano rancori di qualche genere?

Non c’è un rapporto predefinito tra arabi e curdi. Il moto della Rivoluzione è: il popolo siriano è tutt’uno! Le tensioni che possono sussistere sono dovute a discriminazioni passate nei confronti dei curdi, ma soprattutto a causa del gioco sporco delle potenze regionali che cercano di mettere gli uni contro gli altri in modo che nessuno di loro faccia davvero peso. E’ vero comunque che i curdi, popolo di fieri guerrieri, hanno sofferto di una forte discriminazione e repressione in tutta la regione attraverso il 900; vanno dunque riconosciute loro i loro diritti sociali, culturali e politici propri. Però questo all’interno di una società inclusiva, che non esclude i non-curdi (esiste anche la popolazione dei Circassi ad esempio) e che cerchi addirittura di risaldare i contatti territoriali (sociali e economici) pre-spartizione coloniale. Questo il nostro auspicio.

Dopo l’abbattimento del jet russo da parte della Turchia e la conseguente rottura dei rapporti tra i due paesi, che hanno significato i nuovi accordi di pace di questa estate (2016) che Putin e Erdogan hanno stipulato?

A tanti questo riavvicinamento tra Turchia e Russia è rimasto difficile da capire. Il motivo va cercato nel vero pericolo per Erdogan del colpo di Stato fallito di metà luglio. Infatti, sono andati molto vicini a rovesciarlo. L’Occidente è rimasto estremamente ambiguo in merito, quasi complice dei golpisti. Per reazione Erdogan si è girato dall’altro lato, verso chi aveva invece con molto pragmatismo criticato il tentato golpe, a cominciare proprio dalla Russia che nell’ultimo anno aveva acquisito un nuovo ruolo significativo in Siria. Erdogan non ha abbandonato del tutto il campo della Rivoluzione, però ora sta giocando su tantissimi fronti cercando di ricreare l’influenza regionale che aveva l’Impero Ottomano. I nemici forti (!) non sono mai nemici per sempre ai suoi occhi, possono anche diventare alleati per altre cose. Tutti sanno comunque della forza regionale che la Turchia ora rappresenta, per questo tutti gli attori regionali vogliono stringere accordi con Ankara.

Ho sentito dire che il tentato colpo di stato è stata tutta una messinscena per rafforzare in realtà il potere di Erdogan… E’ vero?

So che è girata questa voce, ma io non ci credo. Per un semplice motivo: la portata della distruzione nella capitale Ankara con il Parlamento ripetutamente bombardato dal cielo. Non ha dato l’immagine di un Erdogan forte quello. Il vero protagonista della piazza è stata la popolazione civile turca che si è opposta ai carri armati. Poi Erdogan è stato bravo a cavalcare questa riscossa popolare contro i militari.

C’è anche da dire però che considerato che l’Occidente al momento del fatto è stato passivo, Erdogan non ha di certo deciso una politica favorevole agli ideali occidentali, visti i provvedimenti incivili che ha preso contro la popolazione e i militari in particolare.

Erdogan è un dittatore in pectore. Salvo che la Costituzione turca non gli dà nessun potere. Deve fare tutto sotto banco perché la Presidenza è solo un incarico cerimoniale.

Non ho ben capito il ruolo di Usa. Cioè questo intervento falso (perché inefficace) degli Usa ha solo uno scopo di leadership o cosa ci guadagnano a continuare a non fare niente di reale??

Gli USA temporeggiano, lo fanno in primo luogo perché non vogliono la caduta del regime con cui hanno collaborato almeno dalla guerra per liberare il Kuwait nel 1991 fino al 2013-2014. Stanno comunque in prima fila per garantire gli interessi d’Israele che non può assistere a tutte le riunioni internazionali – malgrado sia l’attore principale di tutta la partita. Hai assolutamente ragione a sottolineare la contraddizione tra il protagonismo continuo degli USA e l’intento reale di cambiare il meno possibile la Siria, e dunque la regione. Fanno i pompieri in un certo senso a tutela del loro alleato principale nella regione. Ora questo non sta funzionando perché l’equilibrio regionale è troppo instabile e molti attori vogliono strappare territori in Siria – approfittando dall’incapacità materiale dei ribelli a difendersi in piena autonomia. Tutti nella regione hanno comunque smascherato il ruolo falso degli USA, di Kerry e Obama, però sui nostri media questa vera notizia ancora non è arrivata.. I rappresentanti degli insorti comunque dicono ufficialmente che non si fidano più di Washington.

2. CONFRONTO IN SEGUITO ALL’INCONTRO ALLA PARROCCHIA DELL’IMMACOLATA 3/11/2016

è emersa poi la consapevolezza della presenza più o meno evidente di forze esterne che agiscono nel paese, e questo secondo loro (gli organizzatori parrochiali) sarebbe uno dei problemi fondamentali che portano purtroppo all’allungamento del conflitto interno.

Una cosa da chiarire, invece, sarebbe la faccenda delle “milizie moderate” a cui si riferiva il frate.

Moderatore: Cari, riprendo solo ora lo spunto delle milizie esterne perché ieri sera ho dovuto staccare. La milizia estera più diffusa sul territorio siriano sono gli Hizbullah. Si tratta, ahimè, di un vero e proprio esercito di occupazione, oramai. Poi in contrapposizione ad essa ci sono fazioni che hanno integrato combattenti esteri volontari, o mercenari – a seconda del fatto che lo facciano o meno per soldi.

Ovviamente quelli che sostengono il regime (i lealisti), ti parlano solo di chi è venuto dall’estero a combattere Asad, non ti dicono niente di chi ha salvato militarmente quello che ancora si poteva “salvare” del regime: Provincia di Damasco, la zona costiera, Aleppo ovest e il corridoio unico chi ti unisce queste enclavi.

Fortunatamente, noi abbiamo sempre sostenuto la partecipazione trasversale e democratica della sollevazione di popolo contro gli al-Asad. Abbiamo sempre sostenuto che il motore dietro alla guerra in corso fosse il regime barbarico e non una popolazione che è stata costretta all’autodifesa. Teniamo dunque sempre presente la proporzionalità quando si parla della violenza oggi messa in campo.

3. APPROFONDIMENTO INTERNO DEL 7/11/2016

M.: Homs e Hama sono sotto il controllo del regime?

Nello specifico di queste due città cosa è successo alle persone una volta che le città sono passate sotto il controllo del regime? Sono fuggite o qualcuno è riuscito a restare senza subire conseguenze?

Moderatore: Entrambe le città hanno conosciuto delle manifestazioni imponenti all’inizio della rivoluzione (primavera 2011). Hama, a maggioranza sunnita, aveva conosciuto nel lontano febbbraio 1982 una sollevazione militare che fu sconfitta, con la stessa ferocia messa in atto ora ad Aleppo. Il centro storico fu distrutto in quell’occasione. Dunque la popolazione non prese le armi questa volta. Il fronte sta pero a poco più di 20 chilometri più a nord. La città sta dunque in prima linea.

Inoltre, Hama, che è centrale al paese, è l’unico nodo di comunicazione terrestre per il regime con Aleppo. Dovesse cadere Hama, Aleppo è persa per il regime. C’è stata una battaglia poco a nord di Hama l’ultimo mese ma è stata respinta dal regime; dunque per il momento in quel determinato territorio è salvo. I russi usano Hama come la loro base operativa, la costa serve loro invece per gli approvvigionamenti e le basi aeree.

Homs è stata distrutta invece. Si sollevo’ in massa e prese anche le armi. Venne definita la capitale della Rivoluzione perché partecipavano tutte le comunità, compresi gli alawiti. Era una città multietnica, come Aleppo, ed era una città allegra.

M.: E le persone che ora vivono a Homs è possibile che siano magari originarie di Homs? Cioè intendo se gli abitanti di Homs si sono sollevati che fine hanno fatto dopo che la città è stata ripresa? Sono rimasti? Sono fuggiti per paura di ritorsioni? Vista la politica di Bashar :”o il regime o la morte”.

Mod.: Gran parte degli abitanti di Homs è scappata, principalmente in Libano per altro. Oggi la città è una città fantasma e uno dei film del cineforum parlava proprio di ciò. C’è un progetto speculativo di palazzinari voluto dagli iraniani e dal regime per ripopolare Homs con soltanto lealisti. Pero non ci sono fondi e hanno ancora la guerra in corso. Ci sono quartieri nuovi a maggioranza alawita o cristiana che sono stati risparmiati, come a Damasco e Aleppo. Però nel caso di Homs la gente che ci abita non vive molto serenamente, considerato che Daesh sta alle porte e occupa di tanto in tanto i campi di gas poco distanti. Senza parlare ovviamente delle cittadine poco distanti assediate dai lealisti e regolarmente bombardate! La vera sfida per il regime in tutti i territori che “ancora” controlla è il dopo-repressione di massa. Il regime non ha la capacità di ricostruire nulla, dipende in tutto e del tutto da iraniani, russi e Onu.

M.: A proposito ho visto una bella intervista ad un architetta Aleppina

https://www.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.ted.com%2Ftalks%2Fmarwa_al_sabouni_how_syria_s_architecture_laid_the_foundation_for_brutal_war%3Flanguage%3Den&h=fAQGaboWw

Mod.: Notevole! Una giovane donna siriana che come una leonessa vuole essere protagonista della ricostruzione della sua città. Ve la dice lunga sulla carica di questo popolo. Chiaramente è interessata comunque, e poi dubito della tangibilità della sua proposta se rimane al potere la macchina di guerra che continua a distruggere il paese. Senza giustizia non ci sarà mai pace duratura.

L’importanza dell’urbanistica (quello che lei definisce “architecture”) è pertinente. C’è anche una critica esplicita alla politica dei decenni precedenti in Siria, cosa non da poco farlo pubblicamente.

M.: se ci si mettono i palazzinari russi e iraniani non penso si realizzerà un centesimo di quello che propone purtroppo! Lei comunque critica anche una certa politica francese colonialista che non ha compreso la società araba (in Siria come in altri posti) e ha imposto un modello europeo di convivenza, ghettizzando le comunità e spaccandole. Quindi dice che il problema era ancor prima degli Assad.

Mod.: Da qua a dire che l’urbanistica è stato il motore della “guerra civile” ce ne vuole, mi sembra più un rivelatore di tensioni più profonde nella società, legate all’oppressione.

Poi, la questione dei francesi è, secondo me, un occhiolino al regime invece. Per dire il vero, il loro intervento urbanistico è stato lieve, rispetto a quello degli ottomani, ad esempio, che hanno costruito interi quartieri per accomodare i pellegrini che andavano verso la Mecca.

M.: Io non sono esperta, però ho fatto il collegamento con la storia del libano, quindi ho pensato che un certo approccio politico loro potessero effettivamente averlo avuto anche da un punto di vista pratico nell’urbanistica.

Mod.: I francesi sono rimasti molto di più in Libano, infatti. Qualcosa hanno fatto, però a Damasco; nelle altre città immagino che sia stato più il periodo del dopo-indipendenza ad aver influenzato davvero l’urbanistica. La costruzione dei campi Palestinesi, ad esempio.

E poi c’è un elemento chiave che qualunque architetto conosce: i materiali. Il cemento in Siria è stato introdotto massicciamente dai sovietici, non dai francesi. Però di ciò l’interessata non parla, forse perché Mosca è tornata prepotentemente.. Sarebbe da approfondire la questione senza dubbio comunque.

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